Quando Primo Levi diventò il signor Malabaila

È lunedì 22 agosto 1966. Torino si sta ripopolando pian piano dopo le ferie estive. Un signore minuto, dall’aria pensierosa, sale i gradini che, al numero 1 di via Biancamano, introducono alla sede storica della casa editrice Einaudi. Il signore è Primo Levi e si sta recando all’ufficio del (quasi) onnipotente Roberto Cerati, direttore commerciale. Gli deve una risposta, da tre settimane. Una risposta a proposito del suo terzo libro Storie naturali, racconti scientifici, fantascientifici, spesso umoristici, prossimi all’uscita in libreria. Ma la risposta comporta una scelta grave: l’abbandono del suo nome per uno pseudonimo, a sua discrezione. Levi, che ha già pubblicato con Einaudi due libri di successo, Se questo è un uomo e La tregua, pietre miliari delle testimonianze sui lager, ora, con questi racconti, aspira a diventare ‘‘uno scrittore a tutto tondo’’, come in effetti è, e non solo un testimone che scrive le sue memorie. Lo pseudonimo gli toglie, in parte, la possibilità di vedere realizzarsi questo desiderio. Tuttavia Levi accetta. Comunica a Cerati il cognome pseudonimo, Malabaila, cognome di nobile origine astigiana, scritto con grafie diverse e diffuso in Piemonte, la cui etimologia più accreditata è ‘‘cattiva balia’’. Levi, però, per sceglierlo non ha sfogliato gli annuari della nobiltà sabauda, ma si è semplicemente imbattuto nell’insegna omonima di un elettrauto di Corso Giulio Cesare, sul percorso che ogni giorno lo conduce al suo ufficio nella fabbrica di vernici di Settimo Torinese. Il cognome è dunque scelto. ‘‘E il nome?’’ chiede Cerati. ‘‘Devo ancora decidere se Daniele o Damiano’’ risponde Levi. I giochi sono conclusi: l’autore sul frontespizio di Storie naturali sarà Damiano Malabaila…

La vicenda che indaga la nascita dello pseudonimo con cui Levi firmò il suo terzo libro viene narrata da Zanda dopo ricerche approfondite e con l’andamento, quasi, di un giallo. Domande, risposte sempre parziali perché i documenti d’archivio sono pochi, testimonianze e indizi si susseguono nella ricostruzione di una vicenda apparentemente editoriale, ma soprattutto umana. La richiesta di uno pseudonimo, la privazione del proprio nome, ha turbato Levi, riportandolo ai nomi negati nei lager, ai numeri tatuati sulla pelle? E quanto la scelta è stata meditata? E quanto, soprattutto, è stata libera? Zanda indaga sulle ragioni dell’uso dello pseudonimo, in precedenza trascurate dai biografi e dai critici, evidenziando come invece si tratti di una pagina molto sofferta nella carriera dello scrittore, nonostante egli sostenesse in pubblico di aver fatto in proprio ‘‘lo sbaglio’’ di firmare come Damiano Malabaila le Storie naturali. Ma una testimonianza di Ernesto Ferrero afferma ‘‘Siamo stati noi einaudiani a chiedergli questa precauzione superflua. In realtà non avevamo capito allora quel che è diventato chiaro in seguito: che non ci sono due Levi, il memorialista e il libero narratore, ma uno soltanto, in cui tutto si tiene. Le deformità del lager non si esauriscono con la liberazione, cambiano pelle, ce le ritroviamo nella vita di tutti i giorni, perché sono dentro di noi, soggetti fragili, facilmente manipolabili dai regimi autoritari, persino dai più blandi’’. Comprimaria della vicenda è la Torino antifascista e intellettuale, con il fervore culturale che la animava e che ebbe grande peso nella storia della cultura italiana di quegli anni. Troviamo gli editori Einaudi, Boringhieri, Lattes e il piccolo De Silva, che per primo nel 1947 pubblicò Se questo è un uomo. E poi Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Guido Davico Bonino e molti altri. Sempre presenti il lavoro di chimico di Primo Levi (uno dei suoi ‘‘tre mestieri’’, insieme a quelli di scrittore e di testimone), la sua famiglia e il ricordo, incarnato nel corpo e nella mente, di Auschwitz.

 


 

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