Quando studiavamo in America

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Marco è un ragazzo di paese cresciuto in un pragmatico Veneto, una Regione che ha ucciso negli anni la propria natura e identità originarie in cambio del sogno effimero di un’industrializzazione tanto intensa quanto di breve durata; è un ragazzo brillante che ha sempre considerato con ironica sufficienza le possibilità che il sistema di istruzione italiano gli ha offerto: essere brillante all’Università di Padova – un ambiente cadente e asfittico, fatto per consentire alla pletora di studenti “normali” di stare a galla – non gli bastava, lo faceva sentire frustrato. Il suo approdo per il Dottorato alla prestigiosa, ipercompetitiva Chicago University è per lui un’epifania. Le aule pullulano di menti brillanti che si confrontano instancabilmente sull’onda di continue e proficue correnti dialettiche che passano tra docenti e studenti senza soluzione di continuità: un clima impensabile in qualsiasi aula universitaria italiana. Ci sono orari e programmi rigidamente pensati per riempire le ore degli studenti sin dal loro arrivo: seminari, visite guidate, pranzo di benvenuto e poi mesi e mesi di lezioni, honor exams, lectures corredate da migliaia di pagine da leggere ogni settimana. Marco si ambienta con inaspettata facilità, nell’arco di pochi giorni è di nuovo in sella a una bici, Amazon gli ha consegnato le poche suppellettili di cui avrà bisogno nell’alloggio dell’Università e la sua testa è ingombra dei testi che lo accompagneranno per i prossimi anni. Il suo incontro con l’amico che è l’io narrante della sua storia avviene in maniera quasi casuale e riluttante da parte sua, dopo qualche mese di full immersion nell’intensissimo programma di studio. È un giovane che si intuisce avere origini alto borghesi, è già lì da un anno, si è comprata una macchina, ed era già stato in vacanza in America un paio di volte prima di vincere il dottorato; a differenza di Marco sembra vivere in maniera più rilassata e blasée questa esperienza americana...

Beppi Chiuppani ha probabilmente usato l’escamotage letterario di un alter ego per raccontare l’esperienza di un confronto culturale; Marco è il risvolto della medaglia, il ragazzo che vive in maniera conflittuale il proprio amore per la Letteratura, fino a giungere alla conclusione di non poter comporre da solo il conflitto tra finzione e realtà e di dover necessariamente affidare a qualcun altro il compito di scrivere la propria storia. Altro espediente letterario di Beppi Chiuppani è stato di scegliere per Quando studiavamo in America la forma del romanzo-saggio, che gli serve per renderlo un meta testo, qualcosa che vada al di là del semplice memoir di quegli anni che per lui devono essere stati formidabili, per creare una – a tratti anche troppo minuziosa – ricostruzione di un’esperienza di vita intensa e formativa. Il narratore è testimone e minuzioso redattore di ogni singola piega dei pensieri di Marco, di ogni increspatura della sua storia con la volitiva Sajani e usa allo stesso tempo queste due figure per raccontare l’archetipo dell’intellettuale espatriato, producendo quello che Il Sirente rivendica come “il primo testo letterario pubblicato in Italia sull’esperienza dei cervelli in fuga”. Un tentativo nobile, che offre uno spaccato della fatica intellettuale di questo peculiare tipo di emigrante, un tipo di fatica che, tenta di dimostrare Chiuppani, è altrettanto improba e spesso frustrante di quella fisica affrontata dai nostri emigranti del secolo scorso. Il disagio misto a delusione che i ragazzi provano dopo un paio d’anni di presidenza Obama, l’omaggio al disagio che l’autore immagina abbia provato Enrico Fermi nei corridoi di quella stessa Università, nel sapere di stare lavorando a una bomba “per il nemico”, la costante sotto traccia di sottile disprezzo un po’ snob per l’Italia che serpeggia nel testo, la difficoltà che in ultima analisi l’autore ha ad affrontare su carta i pensieri di un alter ego che non riesce a prescindere da un certo snobismo borghese che non dovrebbe appartenergli, rendono la lettura un’esperienza interessante ma aspra per chi non si sia mai confrontato con esperienze simili a quelle dei protagonisti. L’estrema limpidezza di scrittura e la forma godibile ben valgono però l’impegno necessario a superare queste piccole barriere.



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