Quando tutto inizia

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Il suo collega di lavoro Luca – battuta sempre pronta, specie se volgare – oggi si sposa. Strano, pensa Gabriele: Luca ha sempre sostenuto che non l’avrebbe mai fatto, poi però ha iniziato a dire che, sposato o no, non fa differenza, quindi, visto che la fidanzata ci tiene tanto, perché no? I tavoli per il banchetto sono allestiti nel giardino di un ristorante appena fuori Milano, a pochi passi da un famoso motel per scambisti. Gabriele è stato assegnato ad un tavolo da otto, tutte coppie tranne lui e, gli dicono, una ragazza, che però tarda ad arrivare e, quando finalmente si palesa, si rivela carina, con il suo semplice abito blu, ma ahimè non troppo interessante ai suoi occhi. La conversazione tra i due langue e, prima che il secondo venga servito, Gabriele, in barba a galateo e a consuetudini, con la scusa di aver lasciato qualcosa in auto, si allontana dal tavolo, sale in auto, avvia il motore e si allontana. È sabato pomeriggio, maggio, l’aria frizzante di primavera sembra rallegrarsi per l’inverno ormai archiviato e lui, volume dell’autoradio al massimo e finestrino abbassato, canta a squarciagola e si sente libero, ripensamenti e sensi di colpa sepolti. Quando si ritrova vicino alla sua gelateria preferita, decide che merita di festeggiare questo pomeriggio di libertà ritrovata con un bel gelato. E mentre se lo gusta, seduto su una panchina nel suo bell’abito da cerimonia – nota piuttosto stonata, ad onor del vero – Silvia si avvicina e si siede accanto a lui: non è una bellezza assoluta ed abbagliante, ma per Gabriele è subito vertigine. Ora la conversazione decolla eccome, è tutto fantastico, i due chiacchierano, si punzecchiano e ridono disinvolti; ma ecco un’altra nota stonata: Silvia porta la fede al dito. È sposata. C’è già un uomo nella sua vita. È un problema, o forse no…

La più classica delle situazioni, una relazione extraconiugale tra un quarantenne felicemente scapolo, stereotipo dell’eterno Peter Pan – della serie no responsabilità, no vincoli, no coinvolgimenti – ed una moglie e madre insoddisfatta, o forse solo vagamente annoiata. Relazione che si crogiola nell’incanto che si crea al di fuori del mondo, delle sue difficoltà e dei suoi rumori, che rifugge dalla “tirannia della quotidianità”; relazione in cui tutto è sospeso ed è reso più eccitante proprio dalla clandestinità. Ma quando la magia si incrina, per il nascere di sentimenti più profondi da un lato o sensi di colpa dall’altro, l’incantesimo è destinato a finire. Finire, esatto, ma non fallire, in quanto la delusione ed il dolore si fanno strumenti di una crescita personale che – nel caso specifico di questo romanzo – Gabriele non avrebbe portato a termine, se non fosse stato per Silvia. L’innamoramento, quindi, come innesco per nuova consapevolezza affettiva. La scelta tra l’io ed il noi, l’esigenza di entrare in un nuovo territorio che è di entrambi ma non appartiene a nessuno dei due. E ben vengano allora le batoste, che inevitabilmente arrivano quando si commettono errori di valutazione, perché fanno male, certo, ma non rappresentano la fine, bensì un nuovo inizio, quello dell’impegno a giocare una partita insieme, senza espedienti e senza individualismi. Scegliere di leggere Fabio Volo implica, in genere, la consapevolezza di sapere a priori il tipo di storia che si leggerà, quali saranno i dialoghi e quale il climax. E anche con questo nono romanzo l’autore non si smentisce: con una scrittura fortemente permeata di oralità – che si tratti del suo stile naturale o di un meccanismo consapevole, che piaccia o meno poco importa – viene presentato uno spaccato di vita quotidiana (d’altra parte lo stesso Hemingway soleva sostenere che la vita è la benzina della scrittura), dove non ci sono singolari colpi di scena né stravolgimenti particolari. Si tratta semplicemente della storia di due persone che hanno bisogno di perdersi in un sogno, prendendosi una pausa dalla vita, per scoprire poi che, in realtà, ciò che seduce davvero è null’altro che la vita normale.



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