Quaranta frustate meno una

Quaranta frustate meno una

Yuma, Arizona. Un treno arriva in stazione. Ne scendono tre persone, tutte dirette alla prigione: il detenuto Harold Jackson, il nuovo sovrintendente Everett Manly ed il vicesceriffo della contea di Pima. Ad attenderli, al centro di detenzione, c’è il carceriere capo, Bob Fisher. Manly e Fisher sono molto diversi tra loro, eppure devono lavorare insieme. Il primo è un predicatore che crede molto nell’uomo e nella forza delle parole, il secondo ha passato parte della sua vita lavorando in carcere, quindi degli uomini non si fida. È per questo che subito mette le catene ai piedi di Harold Jackson, giustificando la cosa come una precauzione per via del colore della pelle del detenuto. Quest’ultimo è poi messo nella cella di un tirapiedi di Frank Shelby, Joe Dean, che rimane sbalordito per questa “umiliazione”: un negro in cella con lui, roba da matti! L’indomani Joe Dean se ne va a lamentare con Shelby, che a sua volta spiega la situazione alla guardia di fiducia, Baylis. Nell’attesa che il negro venga spostato, Shelby lo chiama per fargli svuotare il secchio del cesso ma Harold, incredibilmente, rifiuta...

Nell’America di inizio ‘900, quella rurale, al confine con il Messico, due categorie di persone non potevano proprio essere accettate. Gli indiani e i negri. Proprio i protagonisti del romanzo di leggendario scrittore, sceneggiatore e produttore cinematografico scomparso nel 2013 di cui Einaudi sta pubblicando in Italia tutti gli inediti. Il libro è per giunta ambientato in una prigione – quella di Yuma, appunto – che ancora oggi ha una terribile reputazione. A ciò deve essere aggiunto il suprematismo razzista dei bianchi e la loro perversa tendenza a discriminare. Questo è lo spaccato di vita che Leonard offre al lettore, questa è la situazione in cui si trovano i due protagonisti, costretti a diventare amici dal destino e dalle loro radici, che si intersecano in un preciso punto: la corsa. Correre è, per l’indiano e per il negro, il modo per dimostrare di essere diversi dagli altri, per rendersi conto di avere un’occasione di fare cose buone e, perché no, di trovare una via di fuga dalla realtà. L’autore costruisce una trama semplice, lineare, ma non per questo banale o non originale, anzi. Inoltre lo scarso ricorso ai luoghi comuni del western ‒ dagli oggetti alle situazioni – contribuisce particolarmente alla riuscita di questo romanzo.



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