A quattro mani

A quattro mani

Greg Simon e Julio Fernandez sono una coppia di giornalisti, un gringo e un messicano. Lavorano insieme e ci lavorano bene, proprio come quelle coppie che per andare avanti devono litigare e bere, bere e litigare. Fidanzatini, insomma, che si occupano di complotti, servizi segreti, intrighi internazionali, narcotraffico ed hanno per le mani ‒ oltre alle lattine di birra Tecate e a panini variamente assortiti ‒ lo scoop più caldo di tutta la loro zingara carriera. Un dipartimento clandestino della CIA (lo Shit Department, la cui traduzione è abbastanza eloquente e basta a se stessa) guidato da Alex, una spia con il gusto per il grottesco, si occupa di destabilizzazioni internazionali e adesso pare stia ordendo un complotto ai danni della classe politica e governativa messicana. Intorno a questo evento ruotano figure mitiche, storiche, leggendarie come Trockij ‒ scappato in Messico dalla persecuzione stalinista e poi giustiziato a colpi di piccone ‒ che pare abbia scritto un poliziesco il cui manoscritto era in possesso del nonno di uno dei due giornalisti; Stan Laurel, che dopo un’ennesima disavventura d’amore scappa in Messico con una generosa quantità di gin olandese e decide di scolarselo tutto proprio nel giorno in cui a Parral, dove ha deciso di fermasi, assiste all’omicidio di Pancho Villa e nel frattempo stringe una bislacca amicizia con l’altro nonno dell’altro giornalista; un Sandokan quasi contemporaneo invecchiato ma ancora mordace che dà del filo da torcere a chi lo insegue; Biancaneve e i sette nani che tutto sono tranne che figure angeliche (l’unico dato di fatto che li contraddistingue è che i nani sono veramente tali). E poi una serqua di rivoluzionari incalliti, spie di ogni risma, uomini senza passato, gente abituata a sfangarla con un cacciavite, insomma, anche quando il cacciavite è l’ultima delle cose utili…

Paco spiazza, Paco scrive cose contro le quali spaccarsi la testa. A quattro mani è un cubo di Rubik, un gioco di fughe e ritorni, di sbronze e di assurdità. Ce ne vuole prima che i colori combacino su tutte le facce e prima di capire dove il nostro stia andando a parare perché la trama non è lineare, ma uno spezzatino di storie prese a singhiozzo, che si interrompono improvvisamente e si ricuciono dopo molto tempo. Insieme, tutte, fanno un racconto di fantasia. Separate, tutte, ci raccontano fatti più o meno veri. I personaggi li riconosciamo tutti e subito, ma di loro non vediamo la parte goliardica, eroica, brillante. Qui ci mostrano la loro nostalgia, la debolezza, il tramonto della vita. Quasi un sottile senso di fallimento che ce li rende più vicini. Quelli che ci hanno fatto ridere, sospirare, sobbalzare, alzare pugni orgogliosi, ora ci suscitano compassione nella loro proiezione di passato. E poi c’è la Storia, quella grande, che Paco Ignacio Taibo II conosce bene e che ci racconta con lo stesso piglio, ma con meno dolcezza, di Eduardo Galeano. Al contrario, ce la racconta. Da un altro punto di vista. Paco è così e ce lo dice: quello che scrive è un calderone in cui la spezia che ha l’odore giusto e il gusto appetibile finisce annegata nel brodo. Qualcosa di buono verrà. Al lettore non resta che mettersi l’anima in pace e farsi schizzare al cielo dal suo otto volante, tenersi ben saldo alle maniglie per non essere eiettato in orbita, resistere ai conati delle fughe tangenti e godersi la storia più folle che si sia mai potuta scrivere sul globo terraqueo.



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