Quattro pidocchi, una iena, l’errante

Quattro pidocchi, una iena, l’errante
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In un tempo indefinito, in mezzo a un deserto che appare sconfinato, un uomo nudo cammina in silenzio, nutrendosi di locuste, scorpioni e serpi che cattura zampettando qua e là e che divora crudi. Poco distante, come un cane bastonato, lo segue una iena affamata. Non si comprende se l’uomo sia la sua preda (e che quindi attenda che l’uomo stramazzi a terra) o il suo padrone disposto a nutrilo con gli avanzi del cibo che mangia. Aggrappati ai peli lerci dell’animale ci sono quattro pidocchi. I parassiti possiedono un intelletto superiore, che li mette in grado di filosofeggiare sull’uomo che li precede, sulla iena che li trasporta, sul mondo che li contiene. L’uomo avanza senza sosta, non sembra mai stanco. La notte riposa, giunge a una parete dipinta con graffiti, ne disegna di nuovi. Segue delle piramidi di pietra che appaiono come segnali, fiuta le tracce di un mulo, questo è ciò che sta facendo, sentenziano i parassiti. I pidocchi creano domande, producono risposte, sollevano dubbi, osservando il comportamento dell’uomo che cammina. Si dice che sia un semidio in grado generare laghi, montagne e creature con i propri umori corporei e che poi, considerando tutto ciò superfluo, si sia stracciato le vesti, reciso il membro e mozzata la lingua per vivere nel deserto in solitudine. Il suo cammino lo conduce attraverso luoghi che risultano abbandonati, dove lui stesso deve aver già vissuto e infine ad alte dune ripide, oltre le quali si scorgono le orme del mulo. L’uomo, strisciando fino al crinale, osserva l’animale pascolare placidamente la poca erba cresciuta sul fondo e poi prende una decisione…

Fabio Negrini, romagnolo, di mestiere fa l’apicoltore. Non si comprende bene da che cilindro abbia estratto questa storia stranissima e breve, che si legge in un’ora soltanto sebbene sia piena di contenuti. Ma tanto di cappello. Con un linguaggio a volte biblico, seguiamo a nostra volta le impronte di questa stramba carovana, nella quale i più piccoli ‒ i parassiti ‒, gli iniqui sono dotati di una saggezza che li rende superiori a tutti gli altri. “Perché noi non dormiamo?” si chiede il primo pidocchio, a cui compete fare domande. “Possediamo la perfezione dei quattro, che ci preserva dall’usura del vivere” sentenzia il secondo, fatto per dare risposte. Il terzo pidocchio genera il dubbio dopo ogni domanda posta, ad ogni risposta data, mentre il quarto occorre al paradosso. Tutto viene analizzato dalle quattro minuscole creature, che sono come i vertici di un quadrato perfetto. Il linguaggio, i disegni, i sogni, il cibo dell’uomo sono fonte di ricerca e discussione. Tutto il racconto, tutto il cammino dell’uomo, della iena e dei pidocchi viaggia sul filo del paradosso, del sogno reale, o della realtà sognata. “Che cos’è il sogno e che cosa la realtà? Questo sta in quella, o quella in questo? O sono parti di uno stesso fenomeno?”. I pidocchi non smettono di porsi domande, darsi risposte, mettere in discussione quanto appena detto, mentre la iena macilenta li trasporta, arraffa gli avanzi del serpente divorato dall’uomo, piglia bastonate sul dorso. I loro ricordi hanno confini, come quel mondo che li contiene, concavo e immerso, si dice, in un mare infinito. Sta a noi, ora, immaginarli in cammino in mezzo a un deserto.



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