Quella metà di noi

Quella metà di noi

Matilde Mezzalama ha cominciato a lavorare come insegnante elementare quando aveva diciannove anni e dopo quarant’anni di servizio è andata in pensione approfittando di una finestra, in un momento in cui nella scuola un po’ si sentiva – e la facevano sentire – un’aliena; la chiamavano “la rumpi cujun”, e lei lo sapeva. Un paio d’anni dedicati al volontariato, quindi la decisione di ricominciare a lavorare. Ma per fare cosa? Dopo un colloquio con Laura, la moglie, Matilde prende servizio a casa dei Dutto in via Accademia Albertina in centro a Torino, per prendersi cura dell’ingegner Giacomo, ex dirigente della FIAT, che dopo un ictus è sulla sedia a rotelle e ha bisogno di essere accudito per ogni necessità, compito che non può più gravare sulla domestica romena Dora. L’ingegnere non ci sta più benissimo neanche con la testa ma tra lui e Matilde si stabilisce una certa intesa, che finisce anche per lasciare spazio a qualche confidenza e a qualche ricordo, serbato gelosamente nel cuore e pure condiviso con piacere, anche se talvolta attraverso le nebbie confuse dell’età e della malattia . Matilde è rimasta vedova presto, vive in un appartamento di proprietà in via Scarlatti nel quartiere Barriera di Torino – eterogeneo, ricco di varietà umana e in gran parte abitato, soprattutto un po’ di tempo prima, da pugliesi – dal quale sua figlia Emanuela è andata via non appena ha potuto perché “di Barriera detestava il senso di principio e fine che emanava la gente”. Adesso lei vive in precollina con suo marito, e la sua famiglia borghese di ricchi dentisti, e le due figlie adolescenti che Matilde vede a dir tanto due volte all’anno. D’altra parte, anche al matrimonio, a Matilde era stato riservato il posto al tavolo con la domestica e altri invitati poco importanti, in modo che non si trovasse a disagio – lei, Matilde (!) – con i consuoceri. Da qualche tempo Emanuela si fa sentire più spesso con sua madre, perché si è trovata in una situazione delicata con la sua clinica veterinaria e ha bisogno urgentemente di 70.000 euro; “Tu esisti per soddisfare i miei bisogni, per vivere una vita secondaria. È a questo che servono le madri”. Vorrebbe che sua madre, quindi, facesse un’ipoteca sulla casa. Il fatto è che Matilde, in realtà, “avrebbe preferito sfogliare cataloghi di viaggio e andare al circolo dei pensionati a ballare”, magari il foxtrot con quale se la cava bene, invece di andare a fare la badante, ma custodisce un segreto che non ha mai confidato a nessuno e che la costringe a lavorare ancora. È cominciato tutto durante quella penosa festa di pensionamento, quando la cara bidella, mentre le faceva scivolare in mano il suo regalo personale, le aveva chiesto: “Sei felice , maestra?”. Due giorni dopo c’era stata quella rosa blu senza profumo, e Matilde aveva deciso di lasciare finalmente spazio a “quella metà di noi che non viene raccontata e che continua a ​ esistere, nonostante l’imbarazzo”. Forse allora le avrebbe giovato la saggezza dell’ingegner Giacomo, convinto che “Le illusioni sono bugie che ci raccontiamo per giustificare l’impossibilità di far durare i sogni”. Ma un giorno l’ingegnere aveva anche detto a Matilde che sarebbe bello “desiderare come desiderano i bambini”. Ricominciare a volere, aveva pensato lei, ed è proprio quello che le era successo quel giorno di qualche anno prima...

Paola Cereda, brianzola, è psicologa di formazione ma si dedica al teatro per passione e professione; di sé ha detto “per mestiere mi occupo di storie” e con i suoi libri – questo è il quinto – ha vinto diversi premi letterari. Questo romanzo racconta la malinconia dell’infelicità e della solitudine con dolcezza, ironia e pudore, senza mai indulgere al patetismo. Le figure di maggior rilievo, principali o secondarie al positivo o al negativo, sono quelle femminili, così come uno spazio importante rivestono i luoghi, a cominciare dal quartiere periferico vivace e multietnico in cui vive la protagonista, che – nomen omen – si chiama Barriera e in effetti segna profonde divisioni: in classi sociali, in modo di essere, modo di sentire, scelte di vita, priorità. Eppure tutte questi “ingredienti” ruotano intorno a concetti più intimi e forse fondamentali, ad esempio quello dei legami che riguarda tutti i personaggi, perché – inevitabilmente, ed è questo il “messaggio” – la nostra storia, la nostra vita, sono anche le storie e le vite di tutte le persone con le quali incrociamo il nostro cammino e facciamo un pezzo di strada, anche quando sono meschine e ingannevoli, quando sono legate al denaro e alle apparenze, anche se sono arroganti e sgradevoli oppure anticonvenzionali e un po’ folli: di questi legami non si può fare a meno. Matilde, per esempio, vive e ha vissuto i suoi e finisce anche dentro l’intrico di esistenze a casa dell’ingegnere che assiste. Pure questi legami avranno un posto nella sua vita. A volte questi legami hanno conseguenze pesanti - anche quando terminano, anche quando sei costretto a metterli in discussione – e finiscono per appartenere a “quella metà di noi” che ci appartiene più intimamente e rivendichiamo soltanto per noi, anche se si tratta di illusioni “che ci raccontiamo per giustificare l’impossibilità di far durare i sogni”, sforzandoci di essere indulgenti con noi stessi, perché “Siamo molto di più della somma delle nostre necessità e delle nostre aspirazioni, siamo una complessità che contiene al proprio interno l’eventualità di uno o più sbagli”. Eppure, quasi in contraddizione, nella storia di Matilde si ribadisce in qualche modo che le parole non dette scavano voragini e minano i legami, una verità indiscutibile che più spesso dovremmo tutti tenere a mente. Questa storia lineare, semplice e scorrevole è stata candidata al Premio Strega da Elisabetta Mondello con la motivazione che narra “le contraddizioni e le difficoltà della condizione contemporanea” e che “Il romanzo, sostenuto da una lingua precisa ed essenziale, pagina dopo pagina diviene la narrazione della condizione liminare che, in alcune fasi della vita, tutti dobbiamo affrontare e interroga il lettore sulla possibilità di non restare sulla soglia ma di diventare capace di immaginare, scegliere e progettare il futuro”. Escluse poche (ma decise) voci discordanti che avrebbero preferito un maggiore approfondimento dei personaggi e della storia soprattutto nel finale – dal quale il lettore, in effetti, si aspetterebbe qualcosa che non riesce a trovare del tutto –, il romanzo di Paola Cereda ha ottenuto un certo apprezzamento di lettori e critica. Provate a leggere la storia di Matilde, in un paio d’ore scoprirete se riesce a conquistarvi.



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