Quella notte sono io

Quella notte sono io

Chi è quello che si sveglia insetto? Tipo blatta, schiena sul materasso, che poi non ce la fa a rivoltarsi, le zampette che annaspano nell’aria. Boh. Forse è un film horror, non un libro. Quello che non riesce a smettere di fumare invece è Zeno. Che si sposa la sorella di quella che gli piace. E quello mezzo gay che si innamora del ragazzetto e gli si scioglie il trucco… A Venezia, mi pare. Poi c’è l’ufficiale asburgico che non conta più niente, che si dà tanto da fare e le mani ossute della morte brindano già sopra la sua testa… Come avvocato è bravo, si ripete, ma dal punto di vista della cultura generale è una zappa. Ci vorrebbe Magda, che queste cose le insegna. Comunque sono tutti così, i protagonisti dei romanzi che ti fanno leggere a scuola, non ce n’è uno sano. A pensarci bene, più o meno come loro. Quando avevano l’età in cui ti fanno leggere quelle storie. Ma anche dopo. Tanto che alla fine certe domande te le fai. Se avessimo anche solo studiato di più, avremmo evitato la tragedia? Si domanda. Saremmo stati più gentili? O anche solo meno superficiali? Se avessimo immaginato gli autori, i personaggi, le loro imperfezioni come fossero stati compagni di banco, le cose sarebbero andate diversamente? Chissà. Ma il loro approccio era decisamente diverso. Ricorda l’interrogazione su Leopardi: “Da dove nasce il pessimismo del poeta?”. Dal fondo dell’aula: “Professore’… si rendeva conto!”. E giù risate. Ridevano tutti. Tranne uno. Mirko. Mirko non rideva. Mirko non capiva. Mirko non ci arrivava… Si mettono tutti a cercare. Rovistano in ogni angolo del salone. Della cucina. Delle camere. In ogni cassetto, ogni portaoggetti. Arrivano a guardare nelle tasche dei vestiti chiusi negli armadi, e nell’armadietto del bagno. Tutti posti in cui non avrebbe senso “appoggiare” delle chiavi. Evitano il solaio, la cantina e il capanno degli attrezzi perché si sentirebbero davvero ridicoli. E poi sarebbe come ammettere che hanno paura. Il vecchio telefono nero, attaccato al muro, è isolato sul serio, suona perennemente occupato. Germano si aggira per casa sempre più a vuoto, come una bestia in gabbia. Gli altri quattro si ritrovano nel salone, attoniti. “Niente da nessuna parte” constata Stefano. “Stai a vedere che davvero Oliviero, il giardiniere rintronato, se le è messe in tasca e se l’è portate all’osteria.” Margherita sta girando intorno con occhi allucinati. “Non avete notato?” sussurra. “Cosa?” “Ci sono tutti quei quadretti naïf, alle pareti, e gli oggetti del casale, il riga-gnocchi, la zangola del burro… c’è tutto quello che ci deve essere in una casa di campagna.” “Va be’, Margherita, la banalità non è un delitto” taglia corto Silvia. “Il sequestro di persona invece sì.” “Ora stai calma” la rimprovera Stefano. Manca solo che si metta a lanciare accuse ingiustificate a caso. “Se fosse così facile, le galere sarebbero piene di giardinieri.” “Non avete capito” interviene Margherita. “Non è quel che c’è in casa il problema… è quel che non c’è.” “Il giardiniere” dice Germano, con la solita brillantezza. “Ma la volete piantare con questo giardiniere?” Stavolta è Margherita a sbottare e all’improvviso Stefano riconosce la vecchia lei, quella magra con gli occhi fiammeggianti. “Non c’è una foto di famiglia. Niente. Né Elena né il marito. Né tantomeno Mirko”…

Stefano, Margherita, Silvia, Lucio, Germano. Tre uomini, due donne. Ma ce n’è anche una terza. Elena. La madre. Che ha subito il torto più atroce. Più ingiusto. Incomprensibile. Assurdo. Intollerabile. Inaccettabile. È lei che li chiama. Li convoca. In quel non-luogo, il casale, fuori dalla città, che ha in realtà una caratterizzazione assai peculiare e un significato ben preciso, avulso dal contesto quotidiano ma al tempo stesso a esso profondamente legato da un rapporto inestricabile di corrispondenze. Lì e non altrove deve avvenire finalmente la resa dei conti. Scrive loro un telegramma. E loro, i vigliacchi, ora forse finalmente adulti quantomeno per l’anagrafe, rispondono. Ognuno a suo modo. Sono passati quasi trent’anni dalla gita che ha cambiato definitivamente le cose. Per Mirko in primo luogo, certo. Ma in ogni modo anche per loro. Sono persone diverse. Ma per certe cose non vale l’illusione codarda dell’erosione salvifica del tempo. Certe cose non cambiano, certe colpe non si lavano, il senso di responsabilità è qualcosa con cui non si può non fare i conti. Si può pensare di poterlo evitare, ma alla fine non è mai così. Crescere è ineluttabile. Perché la diffusa e malata mentalità nella logica illogica e idiota del branco per cui è il diverso, il non allineato ad avere colpa per il suo essere altro, semplicemente sé, unico come tutti, è comunque un tarlo che nel tempo logora anche chi è carnefice. Che non ha però il benché minimo diritto di fare la vittima. Perché il tempo di vivere, lui, lo ha avuto. I cinque rappresentano la bellezza, l’arroganza, la forza, la brillantezza, la memoria. Che scava. Che ha una voce. Che mai tace. Sembra l’ennesima rivisitazione in chiave hitchcockiana e à la Agatha Christie de Il grande freddo, però in forma di libro, in un punto intermedio, a volersi ancora riferire alla settima arte, fra Passato prossimo, Compagni di scuola e il capolavoro assoluto Piccole bugie tra amici: con una prosa icastica, credibile, limpida e dal perfetto montaggio cinematografico, una voce narrante potente e una ricostruzione più che puntuale, ispirandosi a tragici fatti di cronaca recenti ma non solo, perché l’eco di quel DdC – come lo chiama Albinati ne La scuola cattolica – ossia il delitto del Circeo, mutatis mutandis, si avverte comunque nel sostrato narratologico che si rifà all’immaginario collettivo, Giovanni Floris indaga con la stessa tempra rivolta alle inchieste giornalistiche i meccanismi universali e sempiterni della vessazione e della rimozione, proponendo, come del resto fa per esempio anche Ivan Cotroneo in Un bacio, la strada del coraggio di ammettere l’esistenza dei propri lati meno accettabili come unica risorsa per un mondo migliore.



 

 

 

 
 
 
 

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