Quelli che hanno paura

Quelli che hanno paura

Sono passati quindici anni dal giorno il cui ricordo le sovviene alla mente. Quindici anni da quando sta seduta nell’ambulatorio di Camille, piccolissimo, ma che però, per accogliere le decine di pazienti, stipati tra seggiole e scalini esterni, sembra allargarsi, allungarsi e dilatarsi. Sta seduta e fuma, osservando chi le sta intorno, mentre la segretaria, una ragazza, gentile e forse irritata insieme, come spesso capita, specie a chi studia e lavora insieme, e quindi è costantemente sotto stress, legge meticolosamente le dispense che le servono per prepararsi agli esami del primo semestre e di tanto in tanto sorride. Specialmente a lei. Che mentre guarda ancora in modo distratto chi le sta intorno d’un tratto si accorge che nell’ambulatorio entra un ragazzo. Alto. Spalle larghe. Lineamenti decisi. Quasi come disegnati. Oppure incisi. Capelli folti. Neri come il carbone. Torace ampio, che può contenere tanta aria. E lei, che si sente sempre soffocare, gli invidierà, più avanti, quando la loro relazione sarà già avviata, quella capacità…

La Siria è una terra splendida. La sua storia è antica. E martoriata. Da anni è al centro di un conflitto. Terribile. Tutti si commuovono per le immagini dei bombardamenti. Della bellezza distrutta. Delle macerie. Dei bambini morti. Ma all’atto pratico in pochi fanno qualcosa. E anzi, quando i profughi arrivano cercando scampo, molti guardano dall’altra parte e si comportano con la classica modalità da NIMBY. Not in my backyard. Non nel mio giardino. Basta che non vengano a dar fastidio a me, insomma. Si sa, sono tutti antirazzisti con le case degli altri: quando si tratta di accogliere, le vie del Signore sono finite. E tutte il più lontano possibile. Quelli che hanno paura, traduzione meritoriamente pressoché letterale dell’ottimo, potente e azzeccatissimo titolo originale, The Frightened Ones, romanzo che ha fatto sì che la sua giovane autrice, figlia del drammaturgo (e nella sua prosa credibile e asciutta si colgono evidenti suggestioni di quel tipo di scrittura) Saadallah Wannous, scrittrice e, tra l’altro, traduttrice, nativa di Damasco e studiosa di francese anche alla Sorbona, rientrasse nella shortlist dell’edizione di quest’anno dell’International Prize, è una profonda, emozionante e destabilizzante immersione nella vita dei protagonisti, nel loro amore che è anche un’allegoria e uno specchio della nostra spaventosa e spaventata società, dei suoi mali, del potere della parola e dell’immaginazione e delle ossessioni contemporanee. A Damasco Suleyma e Nessim si incontrano nella sala d'aspetto di Camille, uno piscologo, ed è di fatto un colpo di fulmine. Nel 2011 però Suleyma, ignara della sorte del fratello Fu’ad, fatto sparire dal regime, resta in patria con la madre, mentre Nessim, medico e scrittore, che la madre l’ha persa, insieme alla sorella, nei bombardamenti di Homs, emigra col padre preda della demenza senile e della paralisi in Germania. I due continuano però a sentirsi, e lui manda a lei le bozze del suo nuovo romanzo, la cui protagonista pare proprio Suleyma. Pare.



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