Quello che è successo a Joana

Quello che è successo a Joana
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Joana si sveglia, gridando, da un brutto sogno. L’ultimo fotogramma che ricorda di quell’incubo terribile sono le sue gambe ricoperte di sangue. Si siede sul letto e al suo fianco vede il marito Jorge, il quale continua a dormire incatenato nel suo solito sonno pesante. Lei lo copre, fa freddo: è dicembre. Dicembre è un mese triste, quello che le piace meno perché freddo e ostile, il mese in cui morirono i suoi genitori. Scosta le lenzuola, crede di aver riportato nella realtà l’ultimo frammento di sogno: ha la sensazione di avere le gambe bagnate di sangue. C’è una pozza, la sente, verifica con la mano: non è sangue. Si tratta di un liquido trasparente dall’odore agrodolce e comprende che, nella realtà, le si sono rotte le acque. Scuote Jorge per svegliarlo. Bisogna andare subito in ospedale. Il bambino vuole nascere al settimo mese. Per fortuna che lei, previdente e precisa, aveva preparato tutto in anticipo e, chiaramente, anche la roba per un prematuro. Anche per uno scricciolo di sole 31 settimane…

Quello che è successo a Joana è il secondo romanzo del poeta, traduttore e scrittore portoghese Valério Romão, che con Autismo, edito nel 2012, dovrebbe far parte della trilogia Paternidades faalhads – paternità mancate. Già, perché è di perdite, di mancanze, o meglio di ciò che sarebbe potuto essere ma non è stato che parla questo intenso romanzo. Romão, con la sua scrittura ritmica, sincopata ci trascina – con Joana – in una storia vorticosa che ha il sapore dell’assurdo. La vicenda si svolge nell’arco di una giornata che pare un’eternità tra un ambiente ospedaliero che riporta le atmosfere del racconto Sette piani di Buzzati e anche de Il castello di Kafka e i pensieri deliranti, sospesi tra la dimensione reale e quella onirica della protagonista. Sono i pensieri di Joana che dominano la scena, il suo flusso di coscienza riportato dall’autore come se lui stesso fosse Joana, come se anche il lettore diventasse Joana e vivesse, in prima persona, il suo dramma. Parole a cascata, assenza di punteggiatura, un affannarsi, di corsa, verso un baratro, dolore e sogno che si fondono e si diramano caoticamente. Romão ci regala una storia che turba, scuote l’anima, ci offre una massiccia e amara dose di arsenico e dopo averci inebriato con quel veleno ci regala un fulmineo momento di serenità, quasi di pace. Forse.



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