Quello che mi spetta

Quello che mi spetta
Masumeh ha appena finito le medie quando i suoi decidono di trasferirsi da Qum a Teheran. L’ingresso nella grande città in pieno fermento progressista non giova più di tanto alla libertà che ha sempre sognato e non ha mai avuto. È vero che il suo “signor padre” le consente di proseguire gli studi e le concede persino di non portare il chador, a patto che si comporti sempre in modo conveniente. Occhi al suolo e foulard in testa, Masumeh corre svelta a scuola ogni mattina, ben attenta a non dare scandalo parlando a voce alta per strada o fermandosi a guardare le vetrine dei negozi. Prende ottimi voti, ha un’amica del cuore con cui confidarsi e già solo per questo le sembra di toccare il cielo con un dito. Poi commette un errore: si innamora di Saeid, giovane apprendista di una farmacia. Pochi sguardi pudichi, qualche lettera, niente di più. Eppure tanto basta perché, quando la storia segreta viene scoperta, il prezioso onore dell’intera famiglia sia ritenuto compromesso. Bisogna farla sposare alla svelta per riparare al fallo, e il matrimonio deve essere combinato secondo le regole, con un pretendente gradito a tutto il parentado. Grazie all’intercessione di una vicina di casa, Masumeh scampa alle nozze con un macellaio analfabeta, manesco, ubriacone e puttaniere, e finisce in moglie ad Hamid. Lui è colto, gentile, moderno, la incoraggia a studiare, la rispetta. Forse a modo suo la ama, ma è troppo assorbito dall’impegno politico clandestino per svolgere il suo ruolo di marito e di padre. E Masumeh si ritrova sola a crescere i suoi bambini, sola a provvedere a loro, sola a portare pesi e ad assumersi responsabilità. Passano gli anni e un giorno, inaspettatamente, le si presenta la possibilità di essere felice. Purtroppo, la vita non è un romanzo rosa e il lieto fine non è mai scontato...
Diventato rapidamente un bestseller e messo al bando in Iran dopo quattordici edizioni, Quello che mi spetta scorre sullo sfondo di cinquant’anni di storia iraniana, dal regime dello Scià alla rivoluzione che lo ha deposto, instaurando la dittatura islamica. Benché connotata da precisi riferimenti cronologici, quella che Masumeh racconta in prima persona appare però come una vicenda senza tempo. Perché senza tempo (e in un certo senso anche senza luogo) è l’oppressione che viene descritta. Non si tratta solo della sopraffazione a suon di botte che Masumeh subisce in casa, dell’ignominia di un’unione coniugale imposta, dell’aberrante oscurantismo del fanatismo integralista, della meschina ignoranza delle tradizioni maschiliste ottusamente difese dai suoi fratelli e da sua madre. Intendiamoci, Masumeh ha una personalità d’acciaio, lotta con le unghie e coi denti per far valere i suoi diritti, non si fa piegare dai colpi del destino. Ma si porta dentro una forma di sottomissione subdola e strisciante: quella che vuole che la donna immoli le proprie massime aspettative sull’altare della maternità. Parinoush Saniee ci sbatte in faccia, senza clamore ma lasciando il segno, l’ingiustizia di una rinuncia interiorizzata da secoli e ormai entrata a far parte di un certo DNA femminile, che spinge le donne come Masumeh a sacrificarsi per i genitori, per il consorte e soprattutto per i figli, perché è questo che la società (a cui dà man forte la religione, a Oriente come a Occidente) si aspetta da loro. Siamo in Iran, potremmo essere in qualsiasi altra parte del mondo. E allora, quando una donna schiacciata dalle convenzioni e dal suo stesso sesso riuscirà finalmente ad avere quello che le spetta? Viene da dire mai, è non è una risposta incoraggiante.

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