Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

Roma. Marzo 1927. Francesco “Don Ciccio” Ingravallo, funzionario della sezione investigativa del commissariato di Santo Stefano del Cacco, di origini molisane, viene incaricato dal suo capo, il dottor Fumi, di indagare su una rapina ai danni della contessa Teresa Menegazzi, la quale è stata aggredita da un giovane col viso coperto e derubata dei suoi gioielli. La rapina è avvenuta al terzo piano di un palazzo signorile al civico 219 di via Merulana, a pochi passi dal Colosseo. Il commissario Ingravallo conosce bene quello stabile – soprannominato “er palazzo d’oro” perché abitato da agiati borghesi – da quando frequenta la casa di Remo Balducci e di sua moglie Liliana, una signora ancor giovane e bella, afflitta da un frustrato desiderio di maternità. Durante il sopralluogo nella casa della vittima, il commissario trova un biglietto tranviario dei Castelli Romani e, mentre sta per salire su un tram per Marino, Ingravallo viene informato dell’omicidio di Liliana Balducci, la quale è stata trovata sgozzata in casa sua dal cugino Giuliano Valdarena, che era andato a trovarla prima di trasferirsi a Genova. Liliana era da sola al momento dell’omicidio, perché il marito Remo era fuori per lavoro. Il primo indagato è proprio Giuliano, il quale però esibisce un alibi di ferro. Chi ha ucciso Liliana Balducci? E chi ha compiuto la rapina nell’appartamento di fronte, a casa della contessa Menegazzi? Per il commissario Ingravallo inizia un’indagine difficile e contorta, tra Roma e i Castelli Romani, un inestricabile pasticcio senza soluzione…

Ideato a partire dal 1945, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana venne scritto da Carlo Emilio Gadda durante il suo soggiorno fiorentino sotto l’impulso liberatorio della fine della guerra e della caduta del fascismo. Pubblicato a puntate per la prima volta nel 1946 sulla rivista “Letteratura”, fondata e diretta da Alessandro Bonsanti, il romanzo trovò la sua definitiva consacrazione solo undici anni dopo, nel 1957, quando l’editore Livio Garzanti propose a Gadda la pubblicazione in volume unico. Fu subito un successo: lo scrittore milanese, che fino ad allora era conosciuto solo da una stretta cerchia di critici, trovò la meritata fama presso il grande pubblico. La lunga elaborazione del testo presenta un aspetto che accomuna tutte le opere di Gadda che, se non rimangono incompiute, sono destinate a subire rimaneggiamenti e correzioni nel tempo, come se lo scrittore non trovasse mai definitivo conforto nella parola, una struttura in cui il testo possa immutabilmente riposare.  Sebbene la trama possa dare l’impressione di un romanzo giallo, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana si presenta come un accumulo di fatti e fatterelli, di personaggi malati e spesso grotteschi, una torre di Babele di linguaggi vari. Lo scioglimento degli intrighi e dei retroscena che si accumulano sulla pagina non porta a nessuna conclusione, a nessuna rivelazione di verità, ma il lettore non ne sente alcuna mancanza, stordito dal complesso mosaico di immagini, digressioni e salti linguistici in cui abbondano figure ridondanti, neologismi, dialettalismi e regionalismi. La cornice del romanzo è quella della Roma falsa e benpensante dei primi anni del fascismo, costellata di loschi figuri arricchitisi con la guerra, a cui fa da contraltare un sottoproletariato intento a sopravvivere attraverso l’arte di arrangiarsi. Con Quer pasticciaccio brutto de via Merulana Gadda affronta il suo personalissimo tentativo di mimesi interna, senza filtri, a metà strada tra barocco ed espressionismo, in una società di cui egli stesso ha percepito e trovato la “baroccaggine”, citando le sue parole. Una società che, nell’immediato dopoguerra, si presenta fortemente incompiuta e offre a Gadda la possibilità di costruire il proprio “pasticciaccio” reale, sociale, linguistico e strutturale.



 

 

 

 
 
 
 

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