Qui, a farci quel vento ‒ La Guardiana

Qui, a farci quel vento ‒ La Guardiana

Inverno, la scalinata del ponte dei sospiri mezza ghiacciata; odore lieve dei fiori del frassino che scende giù dal Monte Cavallo, eccoti primavera; il profumo della santolina tra le dita, eco di estati lontanissime e favolose; pomeriggi di erba fradicia, bosco imbrunito, raccoglimento d’autunno. Porretta Terme, nella vallata del Reno. Il cane Tobia, la prima taccola sul tetto, un merlo raccolto dalle grinfie del gatto Omero, una volpe soccorsa vicino al ruscello, ferita profonda allo stomaco. L’arte medica di Amato e il suo fido asinello Elia, Pietro che cerca anguille, la misteriosa principessa africana Taitù, il vestito dell’amante di Gildo sul ponte Pallareda, lo sfuggente Diomede dei boschi. E monti di vite segrete, circondati dalle nuvole basse, castagneti umidi, e poi il paese dei vicoli antichi e bui, di caseggiati color pastello, in rovina, finestre chiuse, abitanti visibili e abitanti meno visibili. Stare a guardare tutto questo, accanto a una donna antica che parla in modo astruso, dai lineamenti taglienti e l’agilità nei movimenti. Lei sussurra nell’orecchio un segreto antico quanto lei. Un luogo, nella sua multiforme vita – tutto continua, nulla persiste – ha un custode. Un angelo, e poi un custode laico, un uomo. Uomo che cammina, scrive, compone. Uomo romantico, all’inseguimento del vero anche se non sa che vero sta scrivendo, uomo di noia di letteratura, noia che lo accomuna al lettore, e che lo fa emergere in rimbalzi d’emozione, di sensazioni trattenute e poi liberate, gustate come l’odore della santolina in un pugno stretto vicino al naso – gusto che è gioia, e seguente nostalgia, un dolore che vuoi subito riprovare…

Attimi di bellezza, un delicato fluttuare. Scomparire, come la gente di Porretta, vecchi, fidanzati, bambini, angoli di gioco, d’incontro, di solitudini – un rimanere di antichi abitatori. Vita sotterranea delle case alle quali gli abitanti non sono più necessari. Contemplare una rosa in un presente ignoto e sterminato, ma poi dimenticarsi – angelo ‒ di salvare. Immergersi nella musica, trovarla, inebriarsi in un apice di bellezza creativa e poi, dimentichi, rituffarsi nel confuso gorgo. È come incontrare bellezza, e poi sfumare. Continuare nell’incontro e poi scomparire perché nulla persiste. Rimane la casa, di ragnatele ed echi, di bicchieri semivuoti sul tavolo, lenzuola ripiegate di febbri d’infanzia, quando dal corridoio arrivavano le voci lontane e incomprensibili dei grandi. Fantasmi, come abitatori continui dei luoghi, custodi sacri capaci di ri-mandare il luogo allo scrittore che si fa messaggero, cantore, testimone e camminatore. Tante belle affinità: qualcuna come i fantasmi di Algernon Blackwood, o altra come gli incontri musicali di Alberto Savinio. Stefano Testa è compositore (Una vita. Una balena bianca e altre cose, LP del 1977, o la recente suite Andrea il Traditore) e abitatore da sempre di Porretta Terme. In questa raccolta di racconti si fa abile narratore del paese che vive, ma non può – come con una donna – arrivare a conoscere “mai veramente”, ma di cui sa e ricerca una presenza più vasta e ardente, una dimora più espansa. Stelle, stelle lontane si fanno vento che corre nel buio sconfinato. E il guardiano/scrittore invita il lettore a stare lì, a “farci quel vento”.



0
 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER