Qui, a farci quel vento – La Grazia

Qui, a farci quel vento – La Grazia

Sipario impenetrabile di edera e vitalba. Spazio d’infanzia, spazio riscoperto esteso e lussureggiante. Alla ricerca della Grotta del Duce, la cassetta con i cimeli della banda, un elmetto baionette una pistola luger. Più sotto la Grotta del Dinosauro, sulla parete di fondo il bassorilievo che sembrava – era, da piccoli – la spina dorsale di un mostro preistorico. Issarsi faticosamente su per la scarpata e trovare, lì davanti all’ingresso della grotta, Valerio, il capobanda. Cosa fai, qui? Dove sei stato tutto questo tempo, cosa sei diventato... Hai viaggiato, hai vissuto avventure, hai... e tu? Sei rimasto qui, a ripetere la medesima giornata, le stesse azioni. Invidia per chi ha viaggiato, invidia per chi è restato e ha avuto il coraggio di guardare in faccia il “vuoto da cui fuggire”. Delia è seduta davanti alla finestra aperta, osserva l’arrivo della nuova estate. Magica fragranza del profumo dei tigli in fiore. Gli oggetti tornano a legarsi alla loro storia, eccoli raccontare, mentre lei si muove nelle stanze della casa vivendo tatto e odori, con intensità. Delia sta per partire, per non tornare più. Una donna appena incrociata il cui sguardo ti fa trasalire, e poi cerchi di ricordare chi è, forse il nome, o forse è un ricordo confuso con un racconto, forse non l’hai mai incontrata. E poi la musica, una melodia ispirata che scorre nelle vene del cuore della notte, si manifesta ampia e potente, e poi scompare, si eclissa, e chissà dove va a vivere. E rimane, il pensatore/passeggiatore, a osservare le stelle, qualcosa di lontano, indefinitezza di qualcosa “che è stato”…

Restare sospesi, inaspettate rivelazioni, malinconiche ricognizioni, incantesimi. Brandelli di tempo che si dipanano su ambigua tela, e rimani ad osservare qualcosa che appare, limpido, e non c’è più. Lontano dal rumore e l’affaccendarsi degli uomini a valle, sui monti c’è modo di perdersi nel guardare di una passeggiata, nel sentire e nell’apparire. Ci sono terribili demoni che si avvinghiano alla mente – Lilli – e sono duri da mandar via. Ricordi d’infanzia appesi a una radura nel bosco, cresciuti navigati e ora fermo immagine. Odore di fiori, una vipera con pupille a fessura. Il cane Tobia che manifesta inquietudine: si sarà reso conto del tempo che passa? Piccole, continue ricognizioni a proiettare intorno le passeggiate/ “raccontini” di Stefano Testa, scrittore e compositore, che da sempre abita Porretta Terme e ne abita i monti, i boschi, i vicoli e le persone, qui nella seconda parte della sua antologia di racconti, dal sottotitolo: la Grazia. La ricognizione è il continuo emergere di limpidi attimi sospesi tra brandelli di ricordi, frammenti di ispirazioni come una fragranza che giunge alle narici da una finestra aperta, in questo appennino “umido e severo”. È una donna che assapora intensamente un luogo, la casa, prima di lasciarla per sempre, o quel ricordo di donna che non riesce a definirsi, e sfuma perché forse non è stato vissuto davvero, o lo scrittore annoiato, che finisce per confondere (confondersi tra) realtà e finzione? Si sfilaccia la memoria. Il cane Tobia riprende a girovagare. Fascino di un giorno ripetuto, illimitato, espanso, sdrucciolevole, a cercare il mistero un po’ più in là. A una svolta del sentiero, “ecco il Silenzio. Tutto è più fermo e limpido, ora”.



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