Quieto

Quieto
Llullu non ride, non gattona, non solleva la testa. Non parla, non cammina, non mangia da solo. La sua esistenza sarebbe un susseguirsi di capacità impedite, di azioni negate, un’immobilità che respira, se non fosse che nel corso della giornata ha diverse crisi epilettiche. Allora compie una serie di gesticolazioni rituali, mai ripetute allo stesso modo. “Il suo viso sembrerà abbozzare ogni volta una personalità diversa. Effimera. Aliena, Provvisoria. Squilibrata. Il resto del suo tempo sarà placidità. Contemplazione. Gioia. Soddisfazione”. Llullu è nato a Barcellona con una paralisi cerebrale che la medicina non sa definire e che lo menoma all’85 per cento delle sue possibilità. Un bambino così fragile potrebbe stravolgere l’equilibrio di una famiglia. Ma suo padre Màrius, sua madre Mercè e sua sorella Carla non si arrendono a quella che la riduttiva catalogazione di chi vede le cose dall’esterno può definire solo come una tragedia. E non rinunciano a fare tutto quello che avrebbero fatto se Llullu fosse stato sano. Viaggiano molto, col bimbo assicurato da cinghie, poggiapiedi e poggiatesta nella sua carrozzina. Dalle Hawaii al Canada, dalla Finlandia all’Italia. Non è semplice convivere con le difficoltà oggettive che ti crea un figlio disabile. Non è facile trattenere le lacrime quando guardi gli altri ragazzini ballare tutti insieme (anche se si tratta di uno stupidissimo ballo country) e sai che il tuo non potrà mai. Màrius tira avanti con la forza d’animo che a volte ti spreme fuori il destino dopo averti investito come un pugno in faccia. E mette nero su bianco ricordi che, dice lui stesso, sono pieni di luce...
Ci sono libri che prima ancora di essere ben scritti, coinvolgenti, toccanti, sono necessari. Salutari. Quieto lo è, perché mette di fronte a una realtà che spesso si preferisce scansare. Al cinema o in televisione l’handicap commuove a colpo sicuro. Tutti sono pronti a difenderne i diritti con la bocca impastata di belle frasi politicamente corrette. Incrociarlo gomito a gomito sulla propria strada, però, è tutta un’altra faccenda e può suscitare ben altre reazioni: la stizza dell’automobilista che non può passare perché il minibus per paralitici su cui Llullu viene fatto salire ogni mattina ingombra il passaggio; il nervosismo di medici e paramedici che devono somministrare un calmante al bambino in preda alle convulsioni su un’idroambulanza lanciata a tutta velocità nei canali di Venezia; l’irritazione schifata della proprietaria di un ristorante mentre Màrius sistema ad un tavolo (ovviamente defilato dagli altri) il suo Llullu tutto rattrappito nella sedia a rotelle. Quieto è la doppia biografia dei primi sette anni di Llullu e di come li ha affrontati il suo papà. Màrius Serra mette a nudo frustrazione, rabbia, dolore, felicità (perché c’è anche quella), senza mai cedere alla formula ricattatoria della compassione a buon mercato. Nel suo stile vibra la schiettezza della vita vera, nelle sue parole si sente la tenerezza di un padre che ama suo figlio così com’è. Che dopo averlo abbracciato è orgoglioso delle medaglie di saliva che gli ha lasciato sulla maglia come se fossero alte onorificenze. Le ultime pagine, con le immagini di Llullu che si susseguono fotogramma per fotogramma, sfogliate rapidamente creano l’illusione del movimento (l’effetto animato del folioscopio è online su youtube.com). Sotto i nostri occhi stupiti Llullu corre. Corre per noi, che abbiamo l’inconsapevole e immeritata fortuna di una mente in grado di leggere la sua storia, di mani in grado di prendere e aprire il volume che la racconta. Facciamo correre Llullu, noi che possiamo farlo: glielo dobbiamo.

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