Racconti 1927-1951

Racconti 1927-1951

Un giovane uomo entra nella stanza della sua cortigiana, con il proposito di abbandonarla, ora che non ha più soldi per mantenerla. “Maria Teresa, sono venuto per dirti”... e l’immagine decadente di autunni e di carni appesantite ‒ un’immagine tale da suscitare ripugnanza, che doveva sostenerlo nel rifiutare il desiderio ‒ puntualmente, all’apertura della porta e alla comparsa dell’amante, invece quel desiderio lo scatena prepotente, come ogni volta… Il comitato direttivo di uno dei più noti circoli di tennis in città sta per dare un gran ballo di gala: champagne, liquori, pasticceria e una buona orchestra. Lucini, Ripandelli e Micheli vogliono invitare la “principessa” per movimentare la serata, lei che l’ultima volta, ubriaca, lo champagne nei capelli, aspettò la partenza dell'ultimo invitato per andarsene scalza. I ricchi padroni del circolo già pregustano nuovi scherzi… Lorenzo, ozioso e ricco, sta andando a casa, dove lo aspetta, lui lo sa già, l’amante, una donna sposata con due figli. Casa, automobile, viaggi, vestiti, divertimenti, società, amante: eppure in Lorenzo si muove uno stato d’animo fremente e rabbioso. Vuole finirla, Lorenzo, finirla con tutto questo, ma finirla con cosa? Ogni mattina, tutti gli oggetti della stanza sono ricoperti della patina opaca della sua pena. L’amante è già nel letto, indossa un suo pigiama. Non può accettarla, respingerla anzi, distante nel suo malessere: cacciarla…

È il 1952 quando Alberto Moravia vince il Premio Strega con I racconti, già pubblicati in un arco di tempo che va dal 1927 al 1951. Tra questi, ci si accompagna, di ritorno a casa o sul portone dell’appartamento dell’amante, a uomini che si ritrovano e si ri-leggono, avvicinandosi e ritraendosi, in corpi femminili, aprendosi in loro un folto contrasto tra idea di donna e multiforme accadimento carnale e psichico nel momento dell'incontro. Nel racconto di Moravia il corpo di donna è descritto in organiche sezioni, e i frammenti restituiscono via via decadenza e inadeguatezza, storture e squilibri, morte e opacità allo stesso modo di slanci vitali, pieghe voluttuose, forme che sono richiamo al desiderio, allo sguardo perturbato del soggetto indagante che vive, opprimente, il dubbio: “faccia rivelata e parlante, ora di nuovo muta e immobile”. Il protagonista de La cortigiana stanca arriva a casa dell’amante con un’idea, un intento, presto crollato di fronte al corpo di Maria Teresa. Così Perrone, ne La solitudine, accanto allo stanco e grigio gioco delle parti tra lui, l’amico Mostallino e l’amante dell’amico, è tormentato, diviso tra desiderio e ripugnanza, e la donna che ha davanti è capace di rendergliele entrambe. Allora gli ambienti si colorano di squallore, allora tutto concorre a stimolare accessi di rabbia e pentimento, al “più forte di me” che ne trascina le azioni. Ma è possibile, nell’uomo, improvvisa, che si apra una nuda contemplazione che non si offre ad alcuna rigida e moralistica e cadente categoria, pulsione profonda e inafferrabile.



 

 

 

 
 
 
 

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