Racconti dell'età del jazz

Racconti dell’età del jazz
Jim Powell è un fannullone di quasi trent’anni che vive in un misero appartamento sopra la rimessa d’automobili in cui lavora. Nella piccola cittadina dove risiede - dispersa nel sud degli Stati Uniti - tutti sono a conoscenza del suo nobile passato e ciò non fa che acuire il senso di colpa di Jim di fronte alle delusioni di una vita che lo vede indossare i panni di uno spocchioso perdigiorno. Una sera, in compagnia dell’amico Clark, i due si imbucano ad una festa a base di canzoni jazz e bottiglie di contrabbando. Durante tutta la serata Jim non fa che tracannare qualche sorso d’alcol tentando di evitare il resto degli invitati, sinché l’arrivo di Nancy Lamar - un gran pezzo di figliola attraente e disinibita - non attira la sua attenzione. Dopo aver avvicinato Nancy, i due finiscono in un parcheggio tentando di rimuovere - con l’aiuto di qualche goccia di benzina - una gomma da masticare attaccata alla suola della ragazza, trucco che Jim ha imparato grazie al suo lavoro.  Dopo essersi persi di vista per qualche ora, Jim e Nancy si ritrovano impegnati a giocare a dadi insieme ad altri ospiti seduti attorno a un tavolo: anche in questo caso Jim - grazie a qualche colpo non proprio onesto - riesce a rimediare ai pessimi lanci di Nancy. Dopo qualche alticcio saluto, Jim torna casa conservando vivide speranze amorose, speranze che vedrà tristemente disattese il mattino seguente, scoprendo che Nancy - ubriaca fradicia - ha sposato un altro uomo durante la notte appena trascorsa… Nel 1860 la città di Baltimora, e in particolar modo Roger Button, è scossa da un avvenimento che ha dell’incredibile: Benjamin Button - venuto alla luce solo poche ore prima - ha tutte le sembianze di un vecchio di settantacinque anni, col suo metro e settanta di statura, i capelli bianchi e una grigia peluria che ricopre il volto avvizzito. Lo sgomento di Roger aumenta quando il figlio - che a stento le infermiere sono riuscite a riporre in un lettino della sala maternità - si rivolge al padre chiedendo degli abiti, un bastone da passeggio e un sigaro…
Racconti dell’età del jazz - edito per la prima volta nel 1922 - raccoglie undici storie scritte da Fitzgerald con l’intento di racimolare qualche soldo grazie alla pubblicazione dei materiali su riviste letterarie dell’epoca. Secondo una prassi consolidata, anche questa raccolta - come le precedenti e quelle che sarebbero seguite - uscì nell’intervallo tra un romanzo e l'altro, poiché l’autore non riusciva ad ottenere grosse entrate grazie ai suoi libri ed era spesso costretto a lavorare per riviste - recuperando poi i racconti all’interno di antologie e duplicando così i guadagni. Tuttavia considerare queste storie come un materiale di scarto scritto per fini puramente economici, o peggio ancora come una pausa leggera tra la stesura di romanzi, è un errore piuttosto infantile commesso sia dai critici dell’epoca che dai loro successori. Queste undici storie - nelle quali spunti autobiografici e rimandi alla vita dei coniugi Fitzgerald traboccano - hanno pieno e compiuto vigore letterario e la traslitterazione cinematografica de "Il caso singolare di Benjamin Button" testimonia quanto le opere dell’autore non abbiano mai smesso di influenzare e stimolare la cultura dei nostri giorni. Profondamente debitore nei confronti di Francis Scott Fitzgerald, come lui stesso ha ricordato più volte, è stato lo stesso Richard Yates e l’accostamento tra questi Racconti dell’età del jazz e le narrazioni racchiuse all’interno di Undici solitudini non fa che evidenziare analogie stilistiche e tematiche tra i due autori. Testo che ben rappresenta i ruggenti anni ’20 ed i loro rovinoso declino, questo libro è anche e soprattutto una lente di ingrandimento sui timori che animavano il povero Francis: costretto ad inseguire donne stupende e dalle floride aspettative economiche - pensiamo a Zelda Sayre - Scott cercò nella macchina per scrivere e nei personaggi dei suoi scritti la rivincita per una vita che, soprattutto negli ultimi anni, lo vide soccombere impietosamente.

 

 

 

 
 
 
 
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