Racconti di Pietroburgo

Racconti di Pietroburgo
A Pietroburgo, la mattina di un 25 marzo, Ivan Jakovlevič, di professione barbiere, sedutosi al tavolo per fare colazione, trova un naso nel pane appena sfornato dalla moglie. Nello stesso momento, l’assessore di collegio Kovalev si sveglia e, avvicinatosi allo specchio per guardare un foruncolo che gli era spuntato la sera prima sul naso, non trova né l’uno né l’altro… Čartkov, un giovane pittore, passeggiando per il mercato Ščukin si ferma davanti a una bottega d’arte: fra le pietose impiastricciature a olio si imbatte nel ritratto di un vecchio rinsecchito vestito alla maniera asiatica dallo sguardo tanto intenso da sembrare vivo. Portatosi a casa il ritratto, di notte questo prende vita. Čartkov non sa più distinguere l’incubo dalla realtà, e neanche noi… “Non c’è niente di più bello della Prospettiva, almeno a Pietroburgo: per questa città la Prospettiva è tutto”: sulla strada regina della capitale passeggiano cappelli dalle fogge più diverse, curatissimi mustacchi, vitini esili  e maniche femminili grosse come palloni aerostatici. Sulla Prospettiva può accadere di tutto. Innamorarsi, ad esempio, di una donna all’apparenza nobile e angelica… Akakij Akakievič, impiegato alla corrispondenza, vessato dai colleghi e dalla vita stessa, camminando nel gelido inverno a Pietroburgo avverte un leggero pizzicore sulla schiena: è il punto esatto in cui la sua logora palandrana è diventata talmente sottile da essere poco più di un velo. “Impossibile ripararlo” gli dice Petrovič il sarto “Vi converrà farvene uno nuovo”. Nessuna notizia poteva essere più ferale per il povero Akakievič, ossessionato dai soldi che non bastano per vivere, figuriamoci per farsi un mantello nuovo. Forse, spegnendo la luce prima, mangiando di meno e camminando con accortezza per evitare che si consumino le suole delle scarpe, riuscirà a raccogliere il denaro necessario…
Visionario, filantropico, cinico, grottesco, surreale, comico, inquietante.  Non stupitevi se qualcuno di questi aggettivi non c’entra niente con quello che viene dopo o lo precede. Gogol’ li riesce a tenere insieme.  D’altronde, “Siamo tutti usciti da Il mantello di Gogol’”, dirà Dostoevskij.  In questi racconti l’ordine naturale delle cose si sovverte all’improvviso, senza una ragione, e senza una ragione torna ad essere quello che era, riuscendo a trasmettere l’insensatezza dell’affannarsi dell’uomo, che sia dietro a un naso, a una donna, al denaro o a un mantello. Il naso, Il ritratto, La Prospettiva, Diario di un pazzo e Il mantello sono stati scritti a partire dal 1835 e pubblicati nel 1842. Quella che leggiamo, edita per la prima volta ne “Gli Adelphi”, è la versione “Princeps” dei racconti, cioè la prima versione (1940-41) della traduzione di Tommaso Landolfi, poi modificata per vicissitudini editoriali (“non per  ripensamenti  del traduttore ma per mere questioni di copyright”, come spiega Idolina Landolfi, figlia di Tommaso e principale curatrice delle sue opere, nella Nota al testo). Di due dei racconti (Diario di un pazzo e Il mantello) la versione successiva  è stata talmente modificata da Landolfi che Adelphi ha deciso di riportarle entrambe.  Un rapporto strettissimo quello tra Landolfi e Gogol’, che emerge continuamente nella produzione letteraria dell’autore del Dialogo dei massimi sistemi. Già, “Siamo tutti usciti da Il mantello di Gogol’”. Tommaso Landolfi, sei in buona compagnia.

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