Radical Chic

Originariamente pubblicato nel 1970, questo libello si compone di due articoli, These Radical Chic Evenings e Mau-Mauing the Flak Catchers, apparsi in prima edizione sul “New York Magazine”. Il titolo si riferisce a un’esecrabile moda dei ricchi e annoiati progressisti del jet-set yankee intrapresa, a quanto pare, nel 1969: quella della beneficenza ostentata e dell’esibito sostegno, quasi fosse status symbol, prima a organizzazioni improbabili, quindi a movimenti rivoluzionari e violenti: come i Black Panther. Un atto che suona come un irrichiesto, aristocratico e snob grand tour nei quartieri poveri: sporca l’'immagine dei beneficianti e dei beneficiati, non passa alla storia, confonde le acque. È la retorica dell’elogio dei miserabili e dei rivoltosi, da chi miserabile e rivoltoso mai è stato e mai sarà; e nemmeno, in fin dei conti, ne condivide le cause. “In fondo” - spiega Wolfe - “il Radical Chic di radicale ha solo lo stile. In cuor suo si sente parte della Società e delle sue tradizioni. La Politica, come il Rock, il Pop o il Camp, ha la sua utilità, ma mettere a repentaglio tutto il proprio status (...) significa non avere principi” (p. 82). Punto. È una facciata. Di cartapesta. I Black Panther, aggressivi ribelli afroamericani, integralisti marxisti che volevano vedere morire il sistema (p. 52) e sognavano la fine di Israele (“porci fascisti sionisti”, p. 76) convinti com’erano che la non-violenza non avesse più senso (o: che avesse fallito) tutto a un tratto si ritrovarono graditi ospiti nelle serate dell’alta società newyorchese: serviti da domestici bianchi, sudamericani bianchi. Politicamente corretti. Tutto è una magnifica contraddizione: la contraddizione dei ricchi WASP che si mescolano ai figli del popolo nero pieni di rabbia, illudendosi di ridurre le distanze e di mostrare sensibilità d’accatto alla loro causa, sciacquandosi la coscienza; sempre incerti se dire “negri” o “neri”, o “gente di colore”, per evitare imbarazzi. Tra loro, c’è l'avvocato che sta raccogliendo fondi per ie Black Panther che volevano far saltare in aria – stando all’accusa – cinque centri commerciali, gli incroci ferroviari, un commissariato e l’orto botanico (?); la cauzione è altissima. La questione è che le donazioni difficilmente saranno fiscalmente detraibili (p. 27). Quindi saranno un investimento vero, una spesa autentica: a fondo perduto. E allora se ne parlerà molto, in giro...

La questione è che la ricchezza ha creato dei mostri. Hanno “nostalgie de la boue”, dello stile “romantico e rudemente vitale dei primitivi che abitano nelle case popolari”, e disprezzano la borghesia alla quale appartengono (p. 40). Fanno beneficenza ma si presentano vestiti in abiti nuovi e lussuosi, per meglio essere notati. Si ritrovano sui giornali di mezzo mondo, derisi e umiliati per la pagliacciata pseudo-solidale, e non s’accorgono d’aver fondato un esempio sbagliato e invincibile. Ecco il ricco che sostiene, per noia o per divertimento, il rivoluzionario potenzialmente omicida: pensando che si tratti di un diversivo, e che abbia senso; in un bel party organizzato in casa, tra aperitivi e stuzzichini estremamente ricercati. Il Radical Chic è una piaga figlia della ricchezza e della noia, del progressismo più generico e modaiolo, superficiale e stantio; una piaga che ha ferito le società occidentali, contaminandone il lessico e deviandone l’intelligenza, modificando addirittura l’agenda setting delle notizie pubblicate dai media. Tutto – Wolfe insegna – ha avuto inizio in un fastoso salotto musicale. La rivoluzione, tutto a un tratto, non sembrava poi così cattiva: era un evento sostenibile. Tra un salatino e l’altro, sbadigliando del vestito nuovo della seconda moglie dell’avvocato, o dell’amante del regista. Tutto molto decadente e occidentale, e ancora tristemente attuale, stando alle cronache di carità, beneficenze e solidarietà coatte a personaggi discutibili, appartenenti a movimenti spesso al confine della legalità. Fa chic e non impegna. Fa abbastanza ridere, a dirla tutta. Wolfe fustiga a dovere e infine si ghigna: Radical Shit.



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