Rap – Una storia italiana

Rap – Una storia italiana

Per capire cosa sia il rap, basterebbe ascoltare la canzone rap per eccellenza, The message di Grandmaster Flash & The Furious Five, un pezzo datato 1982 eppure così avveniristico nel testo e nella musica da sembrare avanguardia, specie a noi italiani. L’America, dopo le intuizioni di Kool Herc e le performance dei primi MC che ormai risalgono a quarant’anni fa, ha accettato universalmente questo modello: testo crudo e descrizione impietosa in versi della realtà del ghetto. Da lì in poi questo genere di denuncia e di lotta dal basso si è trasformato in un’onda lunga incontrastabile. Un pezzo rap con i suoi contenuti fornisce all’ascoltatore un‘operazione catartica, ma questo in Italia pare importare a pochi: si prova a nascondere la testa sotto la sabbia come un gigantesco e ridicolo struzzo, pensando che basti ignorare i problemi come il disagio, la criminalità e la vita in periferia, temi caldi e che potrebbero creare imbarazzo, per cancellarli dalla realtà. E allora si parte con la classica narrazione di un Paese perfetto e in ordine, un Paese che musicalmente si esalta per le canzonette d’amore e per il Festival di Sanremo. Proprio per questo atteggiamento dei media e della gente sembra esserci un ostracismo nei confronti del rap, ma qualcosa è cambiato, soprattutto nel decennio 2006-2016 che si è appena concluso. Dopo i primi grandi classici risalenti agli anni Novanta (i lavori di Neffa, Fibra e Sangue Misto), dopo che i temi del rap americano sono stati adattati alle esigenze metriche dell’italiano e dopo che un lessico di genere è stato ormai creato, oggi viviamo una nuova fase. Il 2016 stato l’anno della rinascita e del salto di qualità, grazie ad album come Hellvisback di Salmo, ma anche Nonostante tutto di Gemitaiz e Doppelganger di Madman. Altri segnali importanti sono il successo dei primi rapper di origine straniera (laddove in America il rap nasce fra gli afroamericani), e quindi ecco l’esplosione di Ghali, Maruego e Laioung, ma anche l’ondata dei talenti che stanno emergendo nell’ambito della trap, guidati da Sfera Ebbasta, Tedua e dal producer Charlie Charles, autentico Re Mida del beatmaking…

Parlando di musica (e di rap specialmente) è bene non tentare di dare definizioni troppo stringenti, ma di certo in questo caso si tratta di un genere che da sempre combina contenuto socialmente impegnato a delle tecniche metriche e stilistiche per far passare un messaggio importante. Proprio questo doppio binario viene continuamente richiamato da Paola Zukar, storica manager tra gli altri di Fabri Fibra, Marracash e Clementino, nonché una delle persone più addentro ai meccanismi del rap nostrano. Qual è il problema del rap in Italia? Siamo un Paese tradizionalista, conservatore, che preferisce che non si parli dei problemi, anzi siamo per dirla con la serie tv Boris “un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte”. Per fare un esempio in tutt’altro ambito, la Zukar cita Gomorra di Roberto Saviano, un libro incredibilmente crudo e il cui successo in un Paese come l’Italia resta ancora inspiegabile. Negli ultimi dieci anni tutti vogliono il rap, tutte le major cercano artisti rap, ma tutti provano a ricondurlo in forme castigate e morigerate, digeribili se non addirittura corrotte, assimilabili a vario titolo alla musica leggera o al cantautorato. Esempio lampante è quel Lorenzo Jovanotti che per sfondare ha dovuto abbandonare il rap propriamente detto due decenni abbondanti fa. Come se ciò non bastasse, il rap è da sempre oggetto di pregiudizi e diffidenza, ritardo sui tempi e difficoltà nella decodifica, con la maggioranza dei critici che in maniera miope lo vorrebbero considerare come una moda passeggera e giovanile, quando è invece la modalità di espressione musicale più adatta per parlare del disagio. Una cosa che lamenta la Zukar è l’inesistenza di una critica musicale specializzata in rap, con riviste musicali che si occupano quasi solo di fare promozione senza mostrare un adeguato spirito di analisi. In più sembra che gli stessi fan vogliano confinare il rap nel mondo dell’underground per evitare il suo approdo nel mainstream, ma cultura di massa e sottocultura, in tutto il resto del mondo, si incontrano e si armonizzano a vicenda. In tal senso, due casi storici sono Applausi di Fabri Fibra e Badabum cha cha di Marracash, singoli ascoltatissimi che hanno aperto gli occhi sul potenziale commerciale del rap, anche se con uno snaturamento almeno parziale. In definitiva, la cosa che si apprezza maggiormente della Zukar, oltre alla preparazione indubbia, è il non perdersi in tecnicismi. Quello che sorprende è trovare riferimenti continui alla realtà italiana in senso più ampio: non solo l’aspetto musicale, ma anche quello politico, sociale e culturale a tutto tondo. Solo così si può comprendere davvero un movimento come quello rap, in rapida ascesa ma allo stesso tempo ostacolato da una miriade di fattori.



 

 

 

 
 
 
 

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