The Rapist

The Rapist

Il silenzio è qualcosa che non appartiene al blocco “J” del penitenziario di New Heaven. Neanche durante la notte, scandita dal ticchettio delle chiavi del secondino che battono sulle sbarre delle celle e dal fischio del treno che puntuale passa a mezzanotte. Truman Ferris Pinter, detenuto numero 49028, occupa una delle celle all’ultimo piano. Precisamente una di quelle del braccio della morte: un prigioniero ogni due celle per evitare che, suicidandosi, possano togliere il piacere e la soddisfazione dell’esecuzione al boia. Stando ai capi di imputazione per cui è stato ritento colpevole, Truman è uno stupratore e assassino... Ma quando mai! Lui è un uomo rispettabile, laureato a Princeton, con ottime doti oratorie - come lui stesso ha dimostrato alla giuria durante il suo processo, difendendosi da solo da quella accusa ignominiosa che è l’assassinio. Certo, lui l’ha stuprata quella donnaccia (ma davvero si può parlare di stupro, nel suo caso?) ma di certo non l’ha uccisa. Quella stupida di Greta Carlisle ha fatto tutto da sola, come lui stesso ha detto al giudice: se quella poveraccia, dopo essersi risvegliata dallo svenimento causato da una sacrosanta bastonata, non si fosse messa a correre come un’ossessa, non sarebbe inciampata, non avrebbe sbattuto la testa e soprattutto non sarebbe morta. Certo lui avrebbe potuto salvarla, ma perché scomodarsi? In fin dei conti è stata lei a cacciarsi in quella situazione. L’accusa di stupro, poi. Lo sanno tutti che le prostitute non possono essere stuprate, essendo il sesso la loro principale e unica occupazione…

Narrato in prima persona e suddiviso in tre parti (Presente, Passato e Futuro) il romanzo di Les Edgerton è difficilmente catalogabile all’interno delle canoniche distinzioni di genere. Per molti aspetti vicino al genere noir (l’intera storia ruota intorno a un unico crimine già risolto e già dalle prime battute si intuisce la conclusione non rosea del romanzo), se ne discosta per la modalità di narrazione: un flusso di coscienza – privo di coordinate spazio temporali - riversato in una sorta di diario, nel quale Truman Ferris Pinter narra con lucida freddezza l’episodio che lo ha condannato alla pena di morte. A risultare disturbante, la completa assenza di empatia: “Quella donna era una prostituta e non poteva essere dunque violentata. Io ho agito entro i limiti dei miei diritti, come può notare chiunque sia dotato di un minimo di buon senso. In quella situazione, voi non avreste fatto lo stesso?”. La scrittura di Edgerton - l’opera più famosa è il saggio Hooked: Write Fiction That Grabs Readers at Page One and Never Lets Them Go ed è stato paragonato dal “New York Times” a Raymond Carver – e il mondo che con essa descrive ricordano molto Joseph Conrad e il suo Cuore di tenebra, soprattutto per la capacità di trasmettere disagio e inadeguatezza nel lettore, sensazioni che emergono soprattutto leggendo le scene più crude, nelle quali il lessico ricercato stride con la violenza delle immagini descritte. Anche la descrizione del carcere – complici forse i due anni di prigionia che lo stesso Edgerton ha trascorso dentro, in seguito a una condanna per furto con scasso – si allinea con l’intero romanzo dove, a fare da padrone, sono il senso della follia e della claustrofobia. Spiazzante la conclusione, che spinge a chiedersi se effettivamente si è compreso qualcosa di quello che si è appena finito di leggere.



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