Razzismo e fascismo

Esistono, volendo forse un po’ semplificare, due scuole di pensiero storiografiche sul razzismo del regime fascista: la prima – che si raccoglie attorno a Renzo De Felice – considera la “svolta razzista” di Benito Mussolini come una mossa politica opportunistica e strumentale all’alleanza con la Germania di Adolf Hitler; la seconda – che vede in Giorgio Fabre il suo esponente più di spicco – sostiene “che Mussolini fu da sempre, o comunque da molto prima di quel cruciale 1936, un razzista e che lui in persona all’inizio indirizzava Hitler”, dandogli consigli sin dal 1933 “su come colpire gli ebrei, purché ciò fosse fatto in segreto”. La diatriba ha avuto inizio nel 1987 con un’intervista di De Felice al “Corriere della Sera” in cui lo storico auspicava la “fine della retorica sull’antifascismo” e che fece molto scalpore. Tra manifestazioni di protesta (anche spiacevolissime), interventi di personalità della politica e della cultura e serrati dibattiti tra storici si arrivò a metà degli anni Novanta, quando gli storici Nicola Tranfaglia e Luciano Canfora accusarono De Felice (che sarebbe poi scomparso tre anni dopo) di non voler riconoscere che Benito Mussolini fu sin dal 1908, anche quando era un fervente socialista rivoluzionario, razzista e antisemita e in tal guisa modellò ovviamente il movimento politico fascista. Questo saggio si schiera però apertamente al fianco dei “defeliciani”: niente “prevenzioni antisemite” da parte di Mussolini, anzi – come spiega Marie-Anne Matard-Bonucci – “(…) il fascismo non è antisemita né quando arriva al potere, né nei suoi programmi successivi, se non nelle frange estreme”. Che dalla moderazione del regime in questo ambito sono persino deluse, come quando Giulio Cogni, franco antisemita, scrive con rammarico nel 1936-37 che “l’antisemitismo è inimmaginabile in Italia”. Da dove nascerebbero quindi le leggi razziali del 1938? “(…) Dalla convinzione che per poter rendere granitica l’alleanza italo-tedesca fosse necessario eliminare ogni stridente contrasto nella politica dei due regimi”, dalla necessità di blandire il Terzo Reich, per il quale “l’antisemitismo era non solo il fondamento ideologico del movimento”, ma “una sorta di presa di coscienza che assumeva sembianze religiose e mistiche”…

Flavio Costantino, laureato in Scienze Politiche con una passionaccia per la Storia, sposa qui il parere di George Mosse, che scrisse: “Quando fu introdotto, il razzismo italiano si dové inventarlo: e tutto si ridusse ad una rozza imitazione”. E del resto lo stesso Primo Levi affermava che “(…) le leggi razziali furono prese come una grossa sciocchezza più che come una tragedia, come una stupida imitazione delle leggi tedesche”. Pur senza alcuna tentazione nostalgica (per lui il Ventennio è stata “un’esperienza, in parte e nei fatti, fallimentare, finita malamente soprattutto a causa della guerra e della sconfitta militare e perciò politica”), l’autore – che pure storico non è – fa sua la massima di Renzo De Felice: “Per sua natura lo storico non può che essere revisionista, dato che il suo lavoro prende le mosse da ciò che è stato acquisito dai suoi predecessori e tende ad approfondire, correggere, chiarire la loro ricostruzione dei fatti”. Nel corposo volume edito da Solfanelli (circa 400 pagine di grande formato), impreziosito da un inserto iconografico e da un’appendice dedicata a una importante selezione di documenti ufficiali sul tema, Costantino ricostruisce con puntiglio, grazie a una imponente raffica di citazioni, quello che fu una sorta di dibattito interno al regime fascista, restituendo l’idea di una “dinamica del razzismo”, di un processo molto articolato e ricco di declinazioni, contraddizioni, equivoci, infingimenti, ipocrisie. “Si doveva tentare di battere una strada indipendente da quella nazista e riproporre il principio di Imperium romano in contrapposizione a quel nazionalsocialismo che aveva fatto dell’anti-romanità una regola ideologica”: se da una parte l’analisi delle radici e dei retroscena di questa insana scelta politica di Benito Mussolini è davvero interessante e approfondita, ne sminuisce in parte il valore l’impostazione della trascurabilissima introduzione, che ripropone la ridicola tiritera delle “potenti e secolari famiglie ebraiche (…) che hanno sotto controllo tutto, popoli, economie” e snocciola una serie di cliché “populisti” da social che per carità, saranno anche alla moda, ma fanno venir voglia di non cominciare nemmeno a leggere il saggio. E sarebbe un errore, perché si tratta di un lavoro valido e che merita attenzione.



0
 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER