Redenzione

Redenzione

Nei primi anni del Novecento il Messico di Porfirio Diaz offre posti di lavoro per colonizzare e civilizzare alcune regioni del Paese. Si cercano in particolare contadini in grado di bonificare e dissodare i terreni, impiantare le colture gradite al governo, avviare allevamenti. Stare buoni, anche. Dall’Italia arriva un gruppo variamente assortito. Si imbarca sulla San Gottardo e si stabilisce nello Stato di Veracruz in una località chiamata Las Magnolias. Nessuno di loro, però, è contadino; nessuno di loro ha mai preso una zappa in mano, né sa come si tracci un solco. Sono violinisti, prostitute che hanno fatto anche le infermiere, traduttrici che sono anche poetesse e all’occorrenza hanno posato per pittori famosi, tranvieri, portinai d’ospizio, boxeur, vignaioli e cacciatori di conigli. Uno è prete. Il Governo fornisce loro tutto, attrezzi, semi, un bue e un paio di asini, ma gli italiani non sanno che farsene. Non coltivano, non producono nulla, danno agli asini i nomi allarmanti di Kropotkin e Bakunin. Soprattutto, solidarizzano con gli indios dei villaggi vicini, distillano illegalmente liquori infernali, fondano una comune, cantano e ballano tutto il giorno, vivono tutti insieme e quando fa caldo stanno nudi sotto il sole, prete compreso. Non esattamente quello che si aspettava Diaz e il suo scagnozzo, Dahesa. Non esattamente, anche perché c’è il sospetto che questi professino idee anarcoidi e si dimostrano refrattari alle indicazioni del potere centrale facendo velatamente della politica antigovernativa sostenendo le lotte dei contadini. Che fare? Eliminarli. Il loro destino è segnato, gli italiani devono scappare. E scappano, di notte, separandosi, ognuno come può e come sa. Ma scappare, se c’è di mezzo un traditore, non basta. A raccontare questa storia è Lucio Doria, l’unico sopravvissuto che ha vagabondato per il mondo essendo tante cose, padre senza mai accudire figli, farmacista, contrabbandiere, guerrigliero. A Napoli, dove è ritornato, consuma la sua vecchiaia. Ha 93 anni ed è zoppo. Deve asciugarsi le ossa da un peccato che si trascina dietro da allora con rumore di lamiera. E non ci riesce. Deve morire, e non ci riesce…

Una storia messicana di prima della rivoluzione, prima di Pancho Villa, prima di tutto. Una pagina sconosciuta di quella storia di formazione nazionale e anche della più articolata storia dell’emigrazione italiana. L’impostazione stilistica è, al solito, pura anarchia, appena contenuta da una divisione in brevi capitoli che ne fanno più la cronaca di un cantastorie che narra a braccio la dittatura di Porfirio Diaz, le persecuzioni, le fucilazioni, le impiccagioni, l’amore, la lotta. L’ironia che impregna tutto il racconto non è affatto sottile. Piuttosto, è grassa, trasuda. Ci sono pagine che strappano risate, soprattutto quelle in cui si descrivono i personaggi goffi, grassi, unti e sudati che - chissà perché - stanno sempre dalla parte del potere, che gli somiglia. Ma c’è anche il tempo di commuoversi per la nostalgia e la malinconia, per l’amore sfumato, per i sogni in frantumi, per il vuoto che resta un buco. Paco ci racconta un pezzo di Messico e un pezzo di Italia e il confine tra le due sponde sembra impercettibile. In maniera sottile, ci parla anche del rimorso della coscienza, del rammarico per le cose perdute che si è contribuito a perdere; della Storia che grava sulle spalle dei piccoli e dei dimenticati. Ci dice - insomma - che la vita tutta - grande e piccola - è fatta di donne e uomini in carne ed ossa. E se la letteratura narra la vita, allora anch’essa è fatta di questo. Di uomini e donne anonimi che hanno vissuto e palpitato, amato e lottato fino alla morte.



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