Repubblica luminosa

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Teresa Otano è una bambina benestante che ha compiuto un’operazione straordinaria: ha scoperto il codice usato dai trentadue per comunicare tra loro. Un giorno Teresa s’è messa alla finestra ed ha cominciato ad annotare i giorni in cui vedeva i bambini, il loro numero, il modo in cui si vestivano. Uno di loro lo ha soprannominato “il gatto”, per distinguerlo dagli altri. “Il gatto” in effetti è tra i più grandicelli del gruppo e fuma senza sosta mostrando la stessa frenesia degli adulti che intende imitare. Teresa ha intuito che esistono due modi di essere bambini: un modo appartiene ai bambini normali, quelli come lei, l’altro modo è proprio dei bambini di strada che con i loro atteggiamenti mettono in discussione i valori che fino a qual momento hanno uniformato la società. Le passeggiate che Teresa fa con le amiche da casa sino alla scuola della Sagrada Conceptiòn costituiscono piccole avventure proprio per la presenza di quei bambini così lontani e allo stesso tempo così vicini. E Teresa sceglie di pubblicare le annotazioni di quei giorni ben undici anni dopo i fatti, che risalgono all’aprile 1993. Avviene così che lo scritto è un autentico successo editoriale al punto da essere paragonato al Diario di Anna Frank. Una mente raffinata non avrebbe potuto organizzare un successo di quel genere e a tanti appare interessante proprio perché il punto di vista della narrazione è quello di una bambina appartenente alla classe media della cittadina, una classe popolare che in poco tempo è diventata benestante. Famiglie che fino a dieci anni prima avevano seri problemi a pagare l’affitto di una baracca, in poco tempo hanno costruito case in quartieri di pregio. Teresa rappresenta un campione di quella città educata, perspicace e graziosa e guarda con un certo sdegno i bambini poveri che le madri tengono per mano andando a vendere orchidee…

È struggente il romanzo dello scrittore spagnolo Andrés Barba, ambientato in una immaginaria città tropicale circondata da un fiume torbido e da una folta foresta. Una città usata come fondale per una sapiente invenzione narrativa che descrive un conflitto generazionale all’interno di una società provinciale e stereotipata. Sono il linguaggio e la comunicazione i temi sottesi all’intera narrazione ed al fondo il riferimento è all’attività creativa compiuta da ogni scrittore. Barba afferma utopisticamente, occultando la propria voce tra quella dei bambini e dell’io narrante, di desiderare un mondo nuovo, una nuova vita e una nuova lingua per esprimere compiutamente la propria dimensione artistica nel segno del caos e della moltiplicazione delle idee. Si tratta di principi condivisibili che rendono fertile la letteratura di ogni epoca svuotandola da ossessivi ripiegamenti psicologici, così diffusi in tante opere contemporanee, ed elevano anche il lettore che osserva rapito ogni pagina, ogni rigo, compiaciuto di aver ritrovato, dopo tanta vuota banalità, un lavoro letterario originale. Ed in ogni caso, a parte la trama, per il romanzo dell’autore spagnolo – ottimamente tradotto in italiano da Pino Cacucci – indiscutibili meriti letterari derivano dallo stile. Fluido e scorrevole, limpido e oserei dire “accattivante” sino al punto da lasciare libero il lettore nella scelta di lasciarsi trasportare dalle parole ovvero di ricercare, nel narrato, altri ed ulteriori significati impliciti. Con questo romanzo tutto si può fare: lo stile impeccabile, sinuoso e fluido allo stesso tempo conduce per mano il lettore nella trama ed anche fuori: dentro San Cristobal e nella realtà contemporanea. E i bambini poveri e derelitti di Barba, nel contrasto con i bambini per bene della piccola borghesia della cittadina inventata dall’autore – ma così simile alle cittadine di provincia di ogni parte d’Europa – non fanno altro che ricordarci, senza edulcorazione alcuna, che spesso taluni eventi vanno interpretati in maniera creativa, senza riadattarli al nuovo canone interpretativo facendoli sembrare superati e improbabili.



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