Resta la polvere

Resta la polvere
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Patagonia, fine Ottocento. Rafael è il più piccolo dei quattro. I due gemelli Mauro e Joaquin sono i più grandi, e sono le travi portanti della estancia. Lavorano come muli per quella terra malsana e arida che abitano, eppure non ne ricavano nulla. A dire la verità ci sarebbe anche un quarto fratello, ma Steban è un mezzo ritardato. La loro madre è una donna dispotica e autoritaria, avara coi suoi figli e giocatrice d’azzardo. Per lei i ragazzi sono sullo stesso piano delle bestie che arano i campi, se non sono considerati addirittura meno importanti. Il padre li ha abbandonati quando Steban era nato da poco e la donna era ancora incinta di Rafael. Almeno, questa è la versione che la madre ha sempre raccontato ai suoi figli, forse per soggiogarli ancora di più al suo volere. La realtà è che lei stessa lo ha ucciso in una notte in cui aveva bevuto più del solito, aveva preso a picchiarlo con una foga inusitata, tirando fuori tutta la rabbia che quel marito debosciato e inadatto al lavoro le causava, una rabbia che nasceva dal più profondo del suo cuore di pietra. Complice l’età, è Rafael a essere l’anello debole, il gradino più basso della piramide familiare totalmente sottomessa alla personalità marcata e dirompente della madre. Il piccolo è la vittima sacrificale che subisce i soprusi dei fratelli, che evitano con cura di picchiarlo in viso per non causargli lividi visibili alla madre. La steppa è arida, bisogna essere dotati di una tempra non indifferente per vivere in un posto come questo, dove l’esistenza è dura come il carattere della madre. Tutto ha un valore economico molto prima che affettivo, e questo la donna, incallita giocatrice di poker, lo sa bene. Un notte, sbronza più del solito, arriva a giocarsi Joaquin a carte, e lo perde in una partita con Emiliano. Un atto scellerato e imperdonabile, ma che per lei non è altro che la perdita di forza lavoro per la estancia, la cessione di un bene e non di un figlio…

La parigina Sandrine Colette, già autrice di Des noeuds d’acier e Six fourmis blanches, con Resta la polvere fa la sua prima irruzione sul mercato italiano. Il libro sta godendo di grande attenzione presso pubblico e critica, e si sono sprecati paragoni come minimo impegnativi: “Le Monde” gli ha appiccicato l’etichetta di “romanzo à la William Faulkner”, altri hanno scomodato Dostoevskij e Steinbeck, forse più opportunamente si può citare In Patagonia di Chatwin per lo scenario analogo. Volendo adottare invece una prospettiva italocentrica, con una leggera forzatura forse potremmo paragonare l’opera della Colette a due autori: innanzitutto Verga, che narrava la miseria delle famiglie siciliane prese dalla ricerca di migliorare la propria situazione con il lavoro, la fatica e la rinunzia quasi totale alla propria umanità, e anche nella madre di Resta la polvere riecheggia l’ossessione per la roba e la visione materialistica dei rapporti umani; l’altro rimando che viene in mente è il Pavese di Paesi tuoi, romanzo sulla barbarie e l’arretratezza delle famiglie contadine, con la stessa violenza che permea le pagine di Sandrine Colette. Non si può certo dire che Resta la polvere sia scritto male, ma in un certo senso è la definitiva dimostrazione (se mai ce ne fosse stato bisogno) che scrivere bene non corrisponde a partorire per forza di cose un capolavoro. La lettura scorre con una lentezza disarmante, le descrizioni se alle prima pagine possono essere considerate pregevoli annoiano molto presto, i personaggi sono semplicemente assenti, non agiscono e non dialogano, schiacciati da un approfondimento psicologico oltre ogni limite e soprattutto oberati dal peso di un narratore ipertrofico. Sgradevoli sono soprattutto i personaggi e il loro egoismo, in particolare l’unica donna presente sulla scena, la madre così odiosa da concentrare in sé tutti i peggiori vizi attribuibili a un uomo. Non si sta affatto dicendo che questa sia una pecca, anzi l’autrice riesce facilmente a disgustare il lettore con il desolante quadro di miseria e bassezze umane proposto. Discutibile, invece, come questo disgusto venga suscitato, tanto che a tratti si manifesta piuttosto come un vero e proprio fastidio verso la storia in sé.



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