Ribelle senza frontiere

Ribelle senza frontiere
Questa è la storia vera di Marc Vachon, nato il 27 ottobre del 1964 nel quartiere povero di Saint-Henri, nella zona sud ovest di Montréal, Canada. Dopo soli tredici giorni dalla sua nascita viene abbandonato davanti alla porta dei servizi sociali e in pochi anni affidato a numerose famiglie, delle quali ha ricordi a volte terribili, a volte belli e nostalgici. La sua vita prende da subito una brutta piega e Marc entra nel giro delle bande criminali e dello spaccio, rischiando grosso ogni giorno senza mai riuscire ad uscirne. Durante un viaggio a Parigi, ormai senza soldi e senza meta, s’imbatte per caso nella sede di Medici Senza Frontiere dove gli viene proposto un contratto per l’organizzazione della logistica in un campo profughi del Malawi. Parte senza quasi pensarci, con uno spirito d’avventura innato e con la consapevolezza di non aver nulla da perdere, considerando quell’esperienza come l’unica via per troncare con un passato che stava per ammazzarlo. Il Malawi diventa il punto di partenza di un lunghissimo viaggio tra i profughi di tutte le guerre, un viaggio che dopo quasi vent’anni ancora continua…
La figura di Marc Vachon rasenta il fantastico, per la sua triste infanzia e la sua capacità di resistere alle mille difficoltà e alle mille peripezie che ancora ragazzino dovette affrontare. Dai racconti e dalle impressioni che lui stesso ci fornisce, si comprende fin da subito che Marc è uno spirito buono, nonostante sia ribelle e nonostante la rabbia in corpo spingesse per farlo diventare un violento, un potenziale criminale. L’incontro con l’organizzazione sanitaria internazionale Medici Senza Frontiere è il buon motivo per fuggire e tagliare i ponti, anche se l’esperienza lo porterà a convivere con la morte in tutte le sue forme, obbligandolo a non chiudere gli occhi davanti agli orrori della guerra, a non poter cambiare canale dimenticando tutto. Eppure, nonostante il sangue e le malattie siano il suo pane quotidiano, Marc non cessa di costruire campi-profughi, latrine, ospedali da campo, trasportare medicinali in zone dove nessun altro avrebbe il coraggio di andare. La sua indole ribelle gli consente di parlar chiaro, mettendo in luce i difetti di molte ONG che alla troppa burocrazia sacrificano l’aiuto concreto ai più bisognosi. Il libro genera in sostanza una riflessione obbligata che ci riguarda da vicino, ovvero come l’opulenza degli stati ricchi spinga quelli più poveri dentro al buco profondo di una miseria ancora più nera di quella alla quale sembrano destinati. E l’indifferenza della stragrande maggioranza delle persone comuni è ormai consolidata, grazie anche alla complicità dei media che preferiscono non mostrare e non dire, piuttosto che spaventare raccontando la cruda verità.

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