Riglione

Riglione è un luogo di transito all’occhio del forestiero, una manciata di case che si snodano in file parallele ai margini della Via Tosco-Romagnola. Riglione, a differenza di altre comunità che bordeggiano le periferie di grandi città italiane, è stata centrale rispetto alla vita politica e culturale di Pisa, e, pur trovandosi lungo una strada di grande transito tra Pisa e Firenze è riuscita a mantenere la forte, caratterizzante identità che si è forgiata nei secoli, a partire dall’Impero Romano, quando fu fondata come Aurelionis, in omaggio all’imperatore Aurelio, nelle campagne cedute da Pisa all’alleato Romano, al termine delle Guerre Puniche. Per sua caratteristica ed essendo nata lungo una curva molto fertile dell’Arno, Riglione si è sviluppata in maniera costante nei secoli, fino a diventare la “centrale” borgata dopo l’Unità italiana, quando sui pochi chilometri del suo territorio si concentrano fabbriche tessili e manifatture e sboccia una coscienza politica e sindacale fortemente condivisa. Le comunità satellite di Pisanello (Riglione e Oratoio) hanno intitolato una piazza a Garibaldi molto prima che lo facesse Pisa, i suoi abitanti hanno sempre generosamente gettato cuori e menti in qualsiasi battaglia ritenessero degna di essere combattuta, dal Risorgimento alle lotte operaie, non esitando a “uscire dai telai” quando le emergenze sociali lo richiedevano e a sacrificarsi per ideali anche fortemente impopolari come quelli anarchici e libertari che forse in nessun altro luogo della Toscana, hanno trovato epigoni altrettanto entusiasti. La vivacità senza pari della comunità è testimoniata dal numero incredibilmente alto di giornali, periodici a sfondo politico, pamphlet che venivano pubblicati tra la fine dell’XIX secolo e il primo ventennio del Novecento: “L’avvenire anarchico”, “ La Verruca”, il “Lavoratore”, “La voce del popolo” davano voce al variegato panorama politico contendendosi l’attenzione di appassionati lettori, con periodici e numeri unici che mentre agitavano “la face dei diritti”, distribuivano immagini di Pietro Gori o opere di Carlo Cafiero…

Massimiliano Bacchiet riesce a dedicare alla “centrale e operosa comunità” della sua Riglione un’opera dal valore non solo storico ma profondamente sociale. Pur ricostruendo con minuziosa curiosità gli eventi storici piccoli e grandi che si sono riverberati sui muri della cittadina, come gli spari tra questurini e contestatori di vari colori che ne hanno abitato le case operaie, o Menotti Garibaldi che scende dal tram per visitare la Piazza intitolata a suo padre, egli rende ai suoi concittadini un servizio più importante. Ricostruisce, ove necessario rammendandone le maglie con amore e dedizione, la rete che la cittadinanza ha tessuto nei secoli: una rete fatta di associazionismo, vita di parrocchia, appartenenze partitiche e sindacali, Società di Mutuo Soccorso, volontariato… tutti strumenti che i Riglionesi hanno usato al pari di cazzuola e cemento per costruire la propria comunità. La narrazione, pur essendo minuziosamente storica non si fa mai pedante, alternando sapientemente aneddoti divertenti come l’eterna diatriba che contrappone Riglione ai suoi confinanti di Oratoio fino al punto di far scoppiare una sommossa quando viene deciso che debbano spartirsi un cimitero, a episodi che sconfinano nel mistero irrisolto, come l’allontanamento di un parroco. Sulle strade di Riglione hanno camminato grandi idee nelle scarpe di uomini comuni: dai repubblicanesimo mazziniano al socialismo, all’anarchismo, al cattolicesimo sociale, allo squadrismo fascista. Dal balcone della farmacia, dai cortili delle fabbriche, dai cortili delle case operaie, si sono affacciate le grandi idee degli ultimi due Secoli e le tracce dei proiettili ancora visibili hanno impresso sui muri di la declinazione riglionese delle grandi passioni che agitavano gli animi in tutta Europa: motti insurrezionali, rivolte, rivendicazioni salariali, opposizione al Fascismo, battaglie partigiane… Non vi è idea, dalla più nobile alla più esecrabile, per la quale i Riglionesi non abbiano immolato vite di entusiasti sostenitori. È significativo che l’autore abbia scelto di interrompere la narrazione all’attentato a Togliatti, un episodio che ha significato per l’Italia rinuncia agli ideali rivoluzionari a favore della normalizzazione ed è forse stato il primo passo verso il definitivo il sacrificio degli interessi delle collettività sull’altare dell’individualismo e la conseguente trasformazione di comunità coese e fortemente connotate, in quartieri dormitorio.



 

 

 
 
 
 

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