Rinnega tuo padre

Al civico 404 del corso principale di Reggio Calabria c’è un piccolo ufficio che si occupa di gestire i casi dei “minori di mafia”. Si tratta di giovani con cognomi “pesanti nel panorama del crimine locale. Il procedimento che viene seguito è quello che porta alla decadenza della potestà dei genitori per tutta la durata della minore età dei ragazzi. Fino al raggiungimento della maggiore età, i ragazzi allontanati dal nucleo familiare per motivi di influenza mafiosa seguono il percorso studiato dal Presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria e adottato, su tutto il territorio nazionale, dal Ministero della Giustizia. Divenuti maggiorenni, lo Stato sparisce dai loro orizzonti e i ragazzi sono liberi di scegliere se tornare nella dimensione in cui sono nati o seguire un’altra strada, una via nuova, conosciuta, magari anche grazie all’opera degli educatori che lavorano nelle strutture che li hanno accolti durante la minore età. Se rientrano a casa, il cognome e l’ambiente peserà ancora come un tempo e il loro futuro sarà inevitabilmente segnato. È il futuro che padri, nonni e padrini hanno conosciuto e subìto che risucchierà in loro, ogni possibilità di riscatto. L’obiettivo è quello di persuadere i giovani che l’allontanamento dalla famiglia serve ad evitare il carcere cui saranno esposti in futuro. Non tutti accettano. La maggior parte di loro respira cultura violenta da quando è in fasce, e identifica le istituzioni, lo Stato, con la repressione. Il figlio del boss difatti è sempre il figlio del boss. Va omaggiato e rispettato. Se il ragazzo ritorna nei luoghi d’infanzia non potrà togliersi di dosso un’etichetta che lo segnerà a vita. L’organizzazione delinquenziale calabrese presenta un’immutabile doppiezza: affronta senza alcun complesso d’inferiorità meccanismi criminali avanzatissimi nel mercato globale e nella finanza, ma contiene nel proprio nucleo originario, un’essenza retrograda. È un’organizzazione criminale neoliberista nello spirito affaristico, capace di cogliere le opportunità di guadagno più innovative, e allo stesso tempo rigida nella struttura e nelle regole. A voler cambiare le cose al momento sono le donne dei clan che non più vestali della tradizione, mettono in discussione con grande forza e coraggio proprio questo stato di cose. Sono le prime a rompere gli schemi, l’omertà, la fedeltà. Sono madri che hanno scelto di offrire un’opportunità diversa ai loro figli. Tra di esse, qualcuna ricopriva ruoli di vertice all’interno della famiglia. Una ventina in tutto che, protette dai clamori, si sono affidate al presidente del Tribunale dei Minorenni di Reggio Calabria…

Giovanni Tizian, giornalista de “L’Espresso” noto per il suo impegno contro la ‘ndrangheta, ripercorre la vicenda dei cosiddetti “minori di mafia” (recentemente riproposta in una fiction televisiva trasmessa su Rai uno dal titolo Liberi di scegliere) e traccia storie intessute di violenza mafiosa. Il nucleo dell’intero reportage è un percorso virtuoso e pionieristico intrapreso in un piccolo tribunale di provincia, malmesso riguardo alle cancellerie ed al personale, che ha trovato una dimensione eroica al fine di tentare, una volta per tutte, di realizzare il superamento di modelli criminali violenti. Il punto di partenza, che l’autore pone bene in rilievo, deriva da un’equazione essenziale: la famiglia mafiosa è una famiglia patologica e disturbante per il sereno equilibrio di un minore. Nei fatti e sono vicende che il giornalista Tizian conosce bene, per aver vissuto gli anni dell’infanzia in un centro della costa jonica calabrese, a stretto contatto con ragazzi violenti e prepotenti sol perché figli di boss, l’impermeabilità che si respira in tanti paesi del sud, rispetto all’etica sociale condivisa, è frutto di concezioni deviate e antistoriche che, se assorbite nell’ambiente familiare durante i primi anni di vita, determinano, nell’età adulta, il ripetersi di logiche criminali di sopraffazione e di dominio. Oltre a descrivere, da vicino, certi eventi, e porre in rilievo l’importanza del progetto seguito da tutti i tribunali d’Italia, sull’esempio di quello calabrese, il giornalista affronta i nodi del territorio dal quale certa malavita s’irradia permeando di malaffare l’intera nazione. “La mia terra è la rappresentazione di un Paese intero, che sta sprofondando in un buco nero senza vie di fuga” afferma in un passo dell’opera, evidenziando la necessità che la lotta alla criminalità organizzata sia condotta in maniera sistematica, con leggi appropriate, eliminando ogni pernicioso legame con la politica e soprattutto mantenendo viva l’attenzione verso quello che è un fenomeno tentacolare e multiforme, in continua trasformazione, spesso spettacolarizzato, ma in effetti poco scrutato nella necessaria dimensione sociologica.

 


 

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