Riportando tutto a casa

Riportando tutto a casa
L'anno è il 1984. Quello di Drive in, delle pellicce di visone di Pavia e delle melodie lamentose degli Smiths a corrodere l'aria. La città è Bari, la Milano del sud. Quella della periferia più famosa d'Italia - Japigia  - dove lo spaccio a cielo aperto e a buon mercato fa da sinistro contraltare ai quartieri ricchi di benessere e possibilità di riscatto del centro murattiano. Il protagonista – l'io narrante – comincia da qui il suo racconto. E' luglio, e manca solo un anno oramai alla scelta fatidica del liceo - liceo che in cuor loro i suoi genitori sperano essere lo Scientifico, sicuro viatico per garanzie di riuscite professionali future-. “Studia, mi raccomando, ti è stata data un'opportunità che io non ho mai avuto”, gli ripete spesso in quei giorni il padre, un commerciante venuto dal basso, da sempre costretto a far quadrare i conti di casa “spaccando” la lira in due e ora finalmente in procinto di poter anch'egli cavalcare la brezza di ottimismo reaganiano che soffia sul paese. Il ragazzo vede, osserva, registra tutto. Intuisce ma ancora non capisce. Segue spesso il padre in quella torrida estate nei suoi giri tra i paesini-presepe della provincia barese, in sella al suo Fiorino bianco, a caccia di clienti e acquirenti potenziali. E lo segue sempre più spesso anche in banca, dal direttore Pasquale Di Lisio, a cui il padre ricorre neanche fosse l'Oracolo per aggiustamenti e ritocchi millesimali di fidi e conti sempre pericolosamente in bilico sul rosso. Fino a divenire addirittura un habitué di casa Di Lisio, scoprendo una persona molto diversa dalla figura pubblica e professionale vissuta fino ad allora. Di Lisio è un uomo solo, sofferente e incapace di elaborare il lutto di una moglie che - dall'oggi al domani - lo ha abbandonato, privandolo nella sua scalata professionale del sostegno di facciata. Ma sopratutto Di Lisio ha un figlio, un occhialuto e saputello ragazzino vittima di una situazione familiare allo sbando, la cui amicizia suo padre spera di barattare in cambio di una definitiva e persuasiva intimità salva-conto col papà direttore. Poi l'insperato. Alcuni mesi dopo, il telefono aziendale del padre inizia d'un tratto ad arroventarsi di telefonate di richieste di merce, ma sopratutto con l'anno nuovo, nella vita del ragazzo si affacciano prepotentemente le figure di Giuseppe e Vincenzo, con le loro nuove avventurose derive...
Nicola Lagioia, scrittore, editor e ghost-writer per diverse case editrici, torna finalmente in libreria a cinque anni di distanza dal suo Occidente per principianti con questo nuovo romanzo, sempre targato Einaudi. E lo fa nel miglior modo possibile, consegnandoci un'opera matura e di spessore, sia stilistico – una scrittura alta, asciutta, impeccabile – sia contenutistico. C'è infatti in questo romanzo la genesi del vuoto pneumatico che ci troviamo allegramente oggi non solo a decantare e santificare ma anche tristemente a clonare geneticamente in loop in ogni qualsivoglia settore della nostra vita pubblica e/o privata. Quegli oramai famosi e ripresi anni '80 dei Drive In, degli Happy Days, degli Heysel - primo tragico reality in mondovisione - che hanno lasciato nella generazione di chi li ha attraversati un senso di inafferrabile trauma psicologico. Come spiega benissimo lo stesso Lagioia: “È come essere all’indomani del ’45 senza che una guerra vera e propria ci sia stata. Stiamo tutti cercando di rielaborare una sorta di trauma senza evento”. Un romanzo di formazione certo, anzi di dolorosa iniziazione, dove le esperienze diverse dei tre protagonisti si agitano e s'intersecano nel tempo tra loro, facendo da sfondo a vite di adulti in costante e ottusa ascesa verso la mistificazione del nulla. Il tutto girato in una Bari tanto profumata, imbellettata e impellicciata all'esterno quanto corrotta, corrosa e collusa all'interno, fino a sembrare una puttana d'alto bordo arricchita e decadente. Un libro da non perdere, con cui al termine fare i conti per comprendere quanto anche di noi - alla fine - siamo riusciti da quegli anni a riportare a casa.

Leggi l'intervista a Nicola Lagioia

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