Riscenziello

Riscenziello
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Lo sa pure come è cominciata, se lo ricorda benissimo. Tutta colpa della spazzatura rumena. Stufo di raccogliere l’organico che i vicini stranieri piazzati nel garage sotto casa sua lasciavano fuori dal cancello in balia dei gatti che lo sparpagliavano ovunque, una sera Vittorio era stato preso da una strana ansia che aveva provato a placare affiggendo un bel cartello semi-minatorio. Poi si era accorto che ci aveva messo due errori di ortografia e uno di punteggiatura – lui, laureato in lettere e un lavoro da pubblicitario. Allora aveva tentato di toglierlo ma si era accorto di essere spiato, così si era rintanato in casa in preda ad una sorta di attacco di panico e alla sensazione di aver già provato qualcosa di simile in passato. Sta di fatto che da quel momento in poi per il ragazzo (a trentasette anni si può dire ancora ragazzo, caspita! O forse no?) è stato un incubo crescente. Non è che la situazione familiare aiuti: per genitori un padre modello che costantemente dà “l’impressione di una mostruosa superiorità intellettuale”, e una madre che cerca di non essere invadente ma spesso con scarsi risultati; per conviventi, poi, una sorella minore in fuga da un compagno violento e un nipote settenne, a detta della maestra problematico per via di una predilezione per i disegni macabri di gusto spiccatamente splatter. In aggiunta, proprio in questo momento, sul lavoro una campagna pubblicitaria da preparare che necessita più del solito di un bel po’ di pelo sullo stomaco: bisogna spacciare per verità rivelate gli slogan di Piero Valecchi, psicologo e motivatore, che promettono soluzioni miracolose – ovviamente in cambio di bei soldini – a chi brancola tra serie difficoltà e non sta affatto bene. Vittorio fa davvero fatica ad impegnarsi in questa impresa priva di etica ma, d’altra parte, rischia di essere licenziato da Carlo, il capo, quello diplomato con Grandi Scuole. L’unica nota positiva per lui è aver incontrato, proprio in occasione di questa campagna per Valecchi, Claudia, una giovane psicologa che diventa la sua ragazza. L’ansia però sta diventando così ingombrante che la ragazza gli suggerisce una soluzione apparentemente geniale, considerato il costo delle sedute di psicoterapia che Vittorio non può permettersi: un bel tour di sedute zero, gratuite, alla ricerca di un aiuto. Ma questo percorso di analisi anomalo tra lacaniani, junghiani, alderiani e freudiani non ottiene esattamente gli effetti sperati. Le disavventure tragicomiche di Vittorio e della sua ansia culminano in un episodio di – così viene definito in pronto soccorso – “deliquio”; in pratica è svenuto su uno scoglio e non si ricorda molto altro. O forse invece no. Può essere davvero questo un punto di partenza per capirci qualcosa? Cosa accadrà ancora al povero Vittorio?

Al suo esordio come scrittore, il giornalista Marco Ciotola, classe 1987, scrive un romanzo fresco, divertente, ben strutturato, solo apparentemente leggero e scanzonato. Tra i sorrisi che molto spesso le disavventure del protagonista strappano al lettore si cela, infatti, una riflessione più ampia sulla società contemporanea della quale l’autore, senza alcuna pesantezza, stigmatizza tic, nevrosi, problematiche e esagerazioni. Le difficoltà quotidiane della vita che tutti siamo costretti ad affrontare conducono non di rado ad un disagio che talvolta sconfina nell’ambito del patologico e in una serie di situazioni borderline. Lungi dall’essere un semplice cliché, questa è purtroppo una realtà abbastanza diffusa (pensiamo alla depressione che, secondo alcuni studi, è destinata a diventare in breve la seconda causa di morte nel mondo) e, benché si tenda a parlare abbastanza a sproposito di ansia patologica e attacchi di panico, non si può negare che gli stati ansiosi, di diverso tipo, siano assai diffusi. Ciotola riesce a far sorridere anche di questo, senza prendere in giro o ridicolizzare nessuno attraverso Vittorio Naviglio con le sue dispnee e le sue estrasistoli, il quale davvero vive situazioni plausibili e si rapporta a personaggi nei quali è assolutamente possibile riconoscere caratteristiche che appartengono a noi o a qualcuno che conosciamo. Pensiamo, solo per fare l’esempio più facile, a Christian, il nipotino, che sicuramente vive un disagio affettivo legato alla figura paterna, ma che subisce l’attenzione pressante ed eccessiva della maestra la quale nei suoi disegni astrusi un po’ macabri legge traumi e psicosi da curare. Meravigliosamente ironico lo scambio tra Vittorio e sua sorella, la madre del bambino, quando finalmente il ragazzino appare “guarito”: “- Hai visto? Sta diventando un bambino standard! – Ma infatti, finalmente! Ci stanno solo luoghi comuni qua sopra!”. Ma le uscite inaspettate e fulminanti sono tante nel romanzo e divertono attraverso l’abile effetto straniante delle battute. La stessa cosa accade nei titoli di ogni capitolo che regalano chicche come questa: “Lei non ha nessun complesso di inferiorità, lei è inferiore”. Sempre senza offendere nessuno, dall’acuta ironia – quando non proprio dalla satira – sono investiti i pubblicitari e il loro lavoro ingannevole, la condizione degli stagisti guardati con tenerezza, e soprattutto la psicoanalisi che talvolta si disperde in rivoli contorti fatti di paroloni senza approdare a soluzioni concrete che migliorino la condizione reale di chi sta male. Infine, se vi state chiedendo il significato del titolo, ecco la spiegazione dello stesso autore: “Riscenziello è un’espressione del dialetto campano che sta per ‘colui che si fa venire le convulsioni, tanto da svenire’”; anche in questo caso quindi sorridendo dello stato confuso del protagonista, poiché talvolta l’espressione si riferisce anche a certi capricci un po’ isterici dei bambini. Questa opera prima ha ottenuto, dall’uscita, un certo successo tra i lettori e se deciderete di leggerla capirete anche il perché. Leggete e divertitevi anche voi, allora. Non è cosa che capiti così spesso.



 

 

 

 
 
 
 

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