Ritratto in piedi

Ritratto in piedi
A Firenze c'è stato un cavallo - Lillo si chiamava - di cui si racconta che non ne voleva sapere di attraversare ponte di Santa Trìnita. Giunto a metà dell'arcata avrebbe preferito buttarsi di sotto, con tutta la carrozza che trasportava, piuttosto che continuare a percorrere quel tragitto, tanto che alla fine il cocchiere è stato costretto a cambiare strada e rotta. Nessuno ha mai scoperto perché, ma quel ponte, e soltanto quello, terrorrizzava Lillo. A Pistoia c'è stata una bambina - Gianna si chiamava – che  sapeva galoppare con la fantasia, poi è diventata donna, si è laureata in Lettere a Firenze, la stessa città di Lillo, e, proprio come Lillo sapeva cavalcare in qualunque luogo, nel suo caso scrivere di qualunque cosa, ma una cosa Gianna non riesce proprio a scrivere, una soltanto. Preferirebbe gettarsi sotto il ponte di Santa Trìnita, o in qualsiasi altro luogo, piuttosto che scriverla, eppure sa che è la sua strada, il suo tragitto, la sua rotta e deve affrontarla. Allora Gianna, a settantacinque anni, decide di percorrere il suo ponte, di scrivere quella cosa per quanto difficile, inconfessabile e imperdonabile. E scrive il suo personale ritratto dell'amatissimo padre. Gianna comincia ad andare indietro con la memoria, piano piano, al passo. Rivede Pistoia com'era tanti anni fa, ricorda nomi di vie e piazze, nomi di persone: il notaio Bellinzoni, la sarta Pezzi Luigia. Rivede con la memoria un corteo di anarchici sfilare tra le vie cittadine: c'è chi sbarra la finestra a quel passaggio, chi attende solo che passi per tornare al solito lavoro. Tra quelle file c'è anche il padre di Gianna, anarchico per scelta e capace di trasformare i suoi ideali in uno stile di vita. Gianna ricorda alcune parole da lui usate spesso: dignità umana, unicità dell'individuo. Ed ecco che lentamente si forma questa figura, questo ritratto di un uomo e di un padre. Giuseppe Manzini 1865-1925. Dalla sua scelta di abbandonare l'agiatezza economica per dedicarsi al mestiere umile di orologiaio, ai suoi ultimi giorni condannato da Mussolini al confino sull'Appennino pistoiese, tutto viene filtrato attraverso il ricordo di Gianna… 
La prima edizione di Ritratto in piedi è stata pubblicata nel 1971, l'opera vinse il Premio Campiello e conquistò il favore del pubblico. Ma Ritratto in piedi non è un romanzo semplice, la vicenda narrata non procede in ordine cronologico, sono analogie e associazioni impreviste quelle che accompagnano il lettore. Come se la bambina Gianna ci prendesse per mano e ci accompagnasse lentamente a scoprire il suo mondo, immagine dopo immagine. Ricordo dopo ricordo. Solo alla fine del romanzo il lettore capisce che per mano non teneva una bambina, ma una donna anziana, una donna che ancora non si perdona di aver lasciato solo il padre nell'ora della morte e che quel padre ancora vorrebbe con sé, come guida, per non sbagliare ponte da percorrere, per non aver paura di percorrerlo. Per chi ama immergersi nelle profondità della memoria, per chi ha già apprezzato il gusto del dettaglio in Virginia Woolf. Per chi teme qualcosa, ma sa che deve superarla.

 

 

 

 
 
 
 
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