Rituali di resistenza

Rituali di resistenza

A partire dal dopoguerra la società britannica ha registrato la comparsa in scena di un nuovo attore: i giovani, che fino a quel momento erano relegati ai margini. È così che, soprattutto dagli anni Sessanta in poi, si poté assistere a quella che solitamente viene definita come “nascita delle culture giovanili”. Si tratta di un fenomeno che è stato sempre oggetto di approfondite indagini da parte dei massmediologi, ma come è facile intuire l’eccesso di ricerca può talora essere foriero di confusione ancora maggiore, piuttosto che aiutare a chiarire. “Gioventù” è innanzitutto metafora del rinnovamento culturale in atto in Gran Bretagna, e dunque quegli anni di fermento porteranno alla conquista di un adeguato spazio mai raggiunto prima di allora. Per capire la portata rivoluzionaria del tutto, basti pensare che fino a quel momento negli interventi pubblici, negli atti legislativi o nelle discussioni anche solo parlare di gioventù significava parlare di disagio e disordine, e quel concetto andava di pari passo con i discorsi sui problemi sociali, dato che i giovani erano considerati una minaccia all’ordine costituito. Innanzitutto va dunque definita la parola “cultura”, che è l’insieme di valori e idee di riferimento di un gruppo, che ha un suo stile di vita peculiare e identificativo. Solo dopo si può passare ad analizzare nel dettaglio i ted boys, i parkers, gli skinheads e i mods, e il resto della galassia di culture e subculture nate in seno alla classe operaia…

Stuart Hall è stato un sociologo di spicco e direttore del Centre for Contemporary Cultural Studies, centro del quale fu collaboratore anche l’altro autore di questo volume, il criminologo Tony Jefferson. Rituali di resistenza (traduzione dell’ancor più azzeccato titolo Resistance Through Rituals, uscito nella sua versione originale più di quarant’anni fa) riempie un vuoto durato decenni per la letteratura di settore del nostro Paese, e le finalità di questo recupero tardivo sono ben spiegate nella prefazione di Davide Borrelli e nell’introduzione di Luca Benvenga. Il risultato? Oltre 300 pagine fitte di analisi sociologica rigorosa, scandite in quattro parti: teoria 1, etnografia, teoria 2, metodo. La prospettiva degli studi condotti da Hall-Jefferson era quella di rivolgere la propria attenzione all’esplorazione delle nuove aggregazioni dei giovani, per tentare di comprendere lo squarcio che si era creato nella società nei decenni postbellici, a livello del tessuto antropologico e socioculturale. Non mancano, malgrado si tratti di un lavoro datato, i tentativi di attualizzare quel tipo di analisi con riferimenti all’attualità (emblematica la citazione del miliardario Warren Buffett: “la lotta di classe c’è stata, e l’abbiamo vinta noi”). Rituali di resistenza risulta essere un saggio estremamente tecnico con una robusta premessa fin troppo tecnica che può scoraggiare i profani. Se non avete basi di sociologia piuttosto solide, lasciate perdere, perché capireste appena metà di tutti i riferimenti che vengono fatti. Avvertenza dei curatori: non va preso alla lettera il pur meritorio lavoro di Hall, che secondo taluni ha spianato la strada con il suo populismo culturale all’apertura al relativismo che ancora oggi viviamo.



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