Rive lontane

Rive lontane
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Il Panama è uno di quei posti dove si va perché non c’è nessun altro posto dove andare. Un locale senza pretese, la cui aria vagamente infima è data soprattutto dalla gente che lo frequenta. A ben guardare, però, gli avventori del Panama - persone rassegnate allo scorrere inutile dei giorni - infimi non sono. Vinti, semmai. Sopraffatti dalla vita e solidali gli uni con gli altri nel riconoscere le reciproche sconfitte. Ci sono i due fratelli ucraini Ivan e Serghej, capitati chissà come in quell’ultimo avamposto di periferia francese senza nome, ormai totalmente dediti all’amore per l’alcol. Il vecchio Itsik, di origine polacca, con i lunghi capelli bianchi pieni di nodi. C’è Adolphe, poeta etilico; Mac, uno scozzese che, se non fosse per la birra avrebbe già perso ogni ricordo del suo antico paese. C’è René, il proprietario del Panama, che affitta una stanza alla puttana Lucienne, sfatta e stanca, ma ancora in attività. Poi c’è Joseph, diciotto anni fra poco, sveglio e intelligente, con un’unica passione: andare in America a vedere il Mississippi. Per ora l’unico panorama che lui e i suoi compagni vedono è quello della Caserma, un’enorme avamposto militare riconvertito in abitazioni private. La Città vera e propria, con il suo ritmo, i negozi e i divertimenti, è più lontana, in una sorta di altrove fuori dalla loro portata. Gli abitanti della Caserma possono solo contare sulla Fabbrica per il loro sostentamento. Tutti vi hanno lavorato, anche il padre di Joseph, scomparso quando lui era ancora nella pancia della madre. La Fabbrica è l’unica chance, l’unica possibilità. Ecco perché Joseph, allo scoccare della maggiore età, intende lasciare la scuola e andare a lavorare alla Fabbrica. Il direttore Paul Frémont gli promette che lo assumerà. Intanto la vita alla Caserma scorre lenta e inesorabile, finché un giorno il corpo senza vita del direttore verrà ritrovato in una discarica. Chi può essere stato ad averlo ucciso? La polizia non fa in tempo a mettersi ad indagare che Maurice, il rappresentante sindacale, viene trovato infilzato sul cancello della Fabbrica…
Una storia rarefatta e intensa che ci racconta di una banlieue multietnica, dove la solidarietà può diventare un’arma esplosiva. I personaggi che animano queste pagine sono arcaici, quasi epici, nelle loro povere vite fatte di biciclette prese in prestito senza dire niente e sempre restituite; vite in cui tutti sanno tutto di tutti, in una realtà dove la classe sociale rappresenta ancora un forte sentimento di appartenenza. Laurent Martin, vincitore del prestigioso Grand Prix de Littérature Policière 2003, è bravissimo a tratteggiare le differenze e gli aspetti caratteristici di ogni singolo personaggio, costruendo così un affresco collettivo ma ricco di dettagli e particolari. Il lettore dovrà stare attento proprio a certe delicatezze stilistiche per prepararsi alla inaspettata sorpresa finale. Un romanzo breve che condensa senza farcene perdere il gusto una storia i cui protagonisti partono al di là dei Pirenei per sfuggire alle mitraglie falangiste e arrivano in una Francia aspra e poco accogliente. Una storia in cui le trame sfuggenti del passato si mescolano con le lotte per il diritto al lavoro e con un desiderio di vendetta che arriva da molto lontano. Una storia di padri smarriti e ritrovati grazie ai deliri di una madre malata. Un viaggio al termine della notte, che finirà sulle sponde del Mississippi.

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