Roadkill

Roadkill
Mifti, sedici anni suonati e tanta voglia di ammazzare il tempo, riempire il vuoto, soffocare la noia. Voglia di schiacciare gli animali – gli adulti, i bugiardi, se stessa? – grazie ai pneumatici dell'alcol, delle droghe pesanti, della cultura autoinflitta. Proprio come i roadkill, i cadaverini che troppo spesso osserviamo liquefatti sull'asfalto mentre guidiamo, perlopiù indifferenti. Dopo la morte della madre si trasferisce nel grande appartamento in cui abitano i fratellastri Edmond ed Annika. Più una caverna, un antro per bestie rare, che una casa: bottiglie vuote, preservativi usati, muffa agli angoli delle pareti, prosopopea verso la vita. La giovane, tossica, sessuomane e sessuofoba, colta, snob e sboccata è alla ricerca di un palliativo per un'esistenza barcollante (la madre alcolizzata, il padre inesistente, l'ambiguità sessuale, la seduzione degli acidi) che sembra poter essere saturata solo dalla morte o dall'amore. Peccato che, sembra, quest'ultimo non esista. Una combriccola di adolescenti violenti, disorientati, già anziani senza esser stati adulti (vivono segnati dal passato, con le unghie nella pelle del presente ma mai, mai, con il pensiero ad un futuro a cui sono convinti non giungeranno mai) e la loro diseducazione sentimentale narrata da un'anima inquieta, una delle tante che affollano le strade della Berlino degli anni zero…
Helen, diciassette anni suonati, un padre drammaturgo e tanta voglia di scrivere. Sebbene l'identificazione tra il personaggio e la scrittrice sarebbe fin troppo facile e francamente sterile, senza contare l'effetto Melissa P. in agguato – Dio ce ne scampi! – non si può fare a meno di riconoscere che il dubbio che anche la baby-scrittrice conosca le strisce di cocaina sniffate dalla protagonista abbia contribuito al fascino e al successo, soprattutto germanico, del romanzo. La pratica, furba e abusata, di far vacillare il contorno tra la realtà e finzione con il pretesto del racconto autentico di una generazione allo sbando in una delle più affascinanti metropoli europee è roba già vista. Stando ad una certa letteratura che gira tra gli scaffali da ormai mezzo secolo – quella maledetta fatta di ragazzini che si destreggiano tra acrobazie sessuali e trip senza ritorno dai quali, invece, ricompaiono puntualmente più scemi di prima –  ogni schiatta degli ultimi 50 anni è stata la più matta, la più dispersa, la più irrecuperabile. E invece, caso strano, si cresce; i miti e gli inni della distorsione vengono accantonati o al massimo ricordati con un sorriso storto. Helen Hegemann è vittima dell'urlo senza senso dei critici europei, quelli pronti a gridare al capolavoro ogni qual volta si presenta sul mercato editoriale qualcosa che sembra estremo e cool, magari con una spolveratina di dolore esistenziale che fa tanto empatia, e che ignorano o vogliono ignorare quanto la struttura di certe opere è esile o inconcludente e che Noi ragazzi dello zoo di Berlino, primo confronto naturale, è stato un caso circoscritto e non un marchio da sfruttare. È vero, comunque, che Roadkill, nonostante non faccia altro che pretendere di blaterare su letteratura, filosofia, senso della vita, della morte e dell'amore senza raccontare granché – e quindi tenendo sempre a debita distanza l'emotività del lettore – sappia argomentare con un certo stile, avvalendosi di un linguaggio che intellettualoidi di ogni tipo potrebbero definire destrutturato o destrutturante ma che è forse meglio inquadrare come sciolto, disinvolto e anche un po' troppo compiaciuto della propria frammentarietà stilistica e comunicativa. Le frasi sono spezzate, i concetti non hanno soluzione di continuità, gli eventi vengono gettati sul tavolo come dadi in balia del caso. Mi si potrebbe obiettare che la forza del romanzo sia proprio la sfrontata noncuranza dei limiti e della pazienza del lettore, e vi darei anche ragione, seriamente, se non avreste la presunzione di far passare tutto ciò per originale, dato che l'originalità, tout court come dello scritto, è negata perfino dalla sua autrice, accusata di innumerevoli plagi tanto da costringere l'Einaudi a pubblicare in appendice una lista – bella cicciotta – di “parti di libri, canzoni, film, blog, eccetera sottoforma di citazione letterale, citazione modificata o mera ispirazione”. Dibattito sul diritto d'autore e su come questo sistema stantio possa essere applicato al mondo digitale? Ecco qualcosa di davvero interessante di cui parlerei volentieri anche con una ragazzetta difficile come Mifti. Purtroppo, però, lei è troppo impegnata a sballarsi e a piangere.

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