Roma

È la notte del 27 maggio 2001. In una piazza Santi Apostoli piena di bandiere, risuonano le note de La sera dei miracoli di Lucio Dalla. Walter Veltroni sta festeggiando la sua vittoria al ballottaggio contro Antonio Tajani: è stato eletto sindaco di Roma dopo quattro mesi di durissima campagna elettorale. Una campagna elettorale però che è stata, per espressa scelta del segretario dei Democratici di Sinistra, più “civica” che politica, fatta in compagnia di un piccolo quaderno su cui Veltroni ha annotato ogni giorno i problemi e le storie che ha incontrato, “per non perdere mai di vista il fatto che dietro le questioni più grandi, dalle quali dipende la salute di una comunità, il suo grado di benessere, ci sono le esistenze dei singoli individui”. Dopo un mese in aula Giulio Cesare, in Campidoglio, è convocata la prima seduta del nuovo consiglio comunale. Il sindaco neoeletto deve illustrare il suo programma di governo. Non è un passaggio formale, è importante e in qualche modo solenne: a presiedere la seduta come consigliere che ha ricevuto più voti c’è Gianfranco Fini, vicepremier nel Governo Berlusconi appena formatosi e fiero avversario – pur nel reciproco rispetto – di Veltroni. Al centro del discorso di insediamento del sindaco c’è l’orgoglio. L’orgoglio di guidare Roma. Una città enorme – “la superficie amministrata, in chilometri quadri, è superiore a quelle di Parigi, Berlino, Bruxelles e Stoccolma messe insieme” – perlopiù “cresciuta a caso, strappata e vilipesa, stravolta e confusa dalla speculazione edilizia degli anni Cinquanta e Sessanta, dall’abusivismo sfrenato, dall’assenza di un Piano regolatore vero”. Ma soprattutto “una città meravigliosa, unica al mondo”…

Walter Veltroni ama definire la memoria “una delle mie ossessioni civili”. Ed è proprio con un esercizio di memoria (immaginiamo non del tutto agevole, a quasi due decenni di distanza) che – con l’aiuto di Claudio Novelli – ripercorre in questo volume i quasi sette anni passati in Campidoglio tra 2001 e 2008. Perché uscire proprio oggi con questo libro? La risposta non è chiarissima, tanto più che l’ex sindaco di Roma, ex direttore de “L’Unità”, ex segretario e fondatore del PD smentisce decisamente l’intenzione di tornare nella mischia politica, a maggior ragione quella capitolina. Sia come sia, questa operazione editoriale vezzosamente intempestiva ci restituisce una stagione per certi versi esaltante della vita di Roma che Veltroni giustamente rivendica dati alla mano e che smentisce il luogo comune di città ingovernabile, stracciona, malavitosa e decadente che ormai si sta sedimentando nell’immaginario collettivo dopo anni di malgoverno, “mondezza”, scandali e inchieste giudiziarie. Al netto di quel tot di autocelebrazione inevitabile in libri del genere e se non si è allergici a quell’approccio alla narrazione del reale che per l’appunto è stato definito “veltroniano”, si respira davvero tra le righe di questo puntiglioso elenco/diario (ogni capitolo è dedicato a un risultato ottenuto dal Comune, a un incontro significativo, a un fatto di cronaca) una politica diversa, professionale – nel senso pieno e nobile del termine – e di servizio al tempo stesso. Sembra passato un secolo. Scrive giustamente il vescovo di Bologna Matteo Zuppi (lui e Veltroni si conoscono fin da quando erano ragazzi, lui nei giovani comunisti della FGCI e il sacerdote nella comunità di Sant’Egidio), tra una citazione dei due ultimi Papi e l’altra, nella sua prefazione: “Questo libro raccoglie tante lacrime di sofferenza dei cittadini e Veltroni sembra metterle delicatamente in un piccolo contenitore per conservarle, perché preziose, distillato di tanta umanità. E con esse tanti sorrisi e gioie regalate”. Le cose fatte dunque ma “anche il rammarico per quelle che si sarebbero potute fare, l’amara consapevolezza delle occasioni perdute”. Forse più prestigiose ma leggere fino all’inconsistenza invece le prefazioni di Renzo Piano e Gigi Proietti.

LEGGI L’INTERVISTA A WALTER VELTRONI



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