Rondini d’inverno

Rondini d’inverno

Nei giorni fra Natale e Capodanno l’atmosfera è strana. Il 25 dicembre è passato e si accumulano le aspettative per l’anno nuovo, quasi sempre nella consapevolezza che saranno disattese – a maggior ragione visto che al potere sempre più saldo e sempre più dispotico c’è Mussolini, che fa presagire quale orribile destino attenda il Paese ‒ Allo Splendor, teatro di medio prestigio, gli spettatori di Ah l’amour, spettacolo di rivista, sono in attesa del numero principale, la rappresentazione di Rundinella, una canzone popolarissima e pregna di significati. La musica sarà suonata da Elia Meloni e Aurelio Pittella, un giovane destinato a diventare qualcuno. Sul palco, Michelangelo Gelmi e la sua bellissima ma soprattutto assai giovane moglie, Fedora Marra. L’amico traditore, solo sul palco – come ci tiene a specificare l’uomo che introduce il numero – Pio Romano, completa la scena. È il secondo spettacolo della giornata, ce ne dovrebbe essere un terzo qualche ora dopo. Dovrebbe, perché quella sera, la pistola che il marito tradito usa contro la fedifraga non è caricata a salve. È una pallottola vera quella che lascia sul palco il sangue e la vita della bella Fedora. Il commissario Ricciardi, chiamato sulla scena, percepisce grazie ai suoi poteri l’ultimo pensiero della donna, ma come sempre non sa se lo porterà verso la soluzione o se servirà ad aumentare i sospetti e le ipotesi. Ha anche altri pensieri per la testa il commissario, è arrivato il momento di capire se ama abbastanza la sua dirimpettaia, da dividere con lei il peso del suo “segreto”. A poco vale l’invito della contessa di Malaspina, la dolce Bianca, che assiste con dolore al decadimento dell’uomo che lei considera più di un padre e che invece la ama di un amore così profondo da darle tutto quello che la vita le ha tolto. Anche il dottor Modo, oltre alla morte dell’attrice, si troverà distratto da fatti dolorosi del suo privato, in cui cercherà di portare, con l’aiuto di Maione, quella giustizia per cui è disposto a mettere in gioco ogni giorno la sua stessa vita…

“Perciò ho sparato. Lo dovevo fare per forza, mi capite, no? Perché l’avevo vista, la scintilla della comprensione in quegli occhi. In quei maledetti occhi verdi. Mi dispiace, brigadie’. Mi dispiace di aver sparato al commissario Ricciardi” . Maurizio de Giovanni gioca sporchissimo coi suoi lettori iniziando così, dalla fine, che insieme al sottotitolo del romanzo (Sipario per il commissario Ricciardi) spaventa non poco gli ‒ ma siamo onesti, soprattutto le ‒ amanti del commissario. Vero è che sono talmente tante le cose che accadono nel libro da distrarre il lettore, ma il colpo iniziale è già una botta di adrenalina mica male. Sta continuando l’evoluzione che è cominciata con la trilogia delle canzoni – Anime di vetro sulla colonna sonora di Palomma ‘e notte, Serenata senza nome su Voce ‘e notte e Rondini d’inverno che si snoda su Rundinella. L’ennesimo omaggio che l’autore fa alla sua città e alle sue bellezze, musica compresa. Banale (quando l’idea è venuta a qualcun altro) quanto difficile da realizzare, la trilogia si basa sulla storia principale che sviluppa in modo accuratissimo, a mio parere la cosa veramente geniale, una canzone del repertorio classico. Uso volutamente il termine geniale perché spostare il focus, iniziato con le stagioni e proseguito con le festività, è quello che permette ai romanzi di questo pacioso ex dirigente bancario di essere diversi uno dall’altro pur portando avanti una serialità che coinvolge tutti i personaggi. La musica diventa un tramite, un veicolo che trasporta emozioni e con la presenza dei due personaggi, il vecchio musicista e il giovane “allievo” diventano a loro volta un giallo nel giallo: chi sono? Quale ruolo hanno? Perché, se c’è una cosa che abbiamo imparato da de Giovanni, è che nei suoi romanzi (come deve essere) non c’è una sola cosa che non abbia un significato precisissimo, che non si inserisca perfettamente nel disegno che l’autore ha chiarissimo in mente. Come sempre un unico capo di imputazione: lo apri, giri la prima pagina e senza sapere come stai leggendo la parola “Fine”.



 

 

 

 
 
 
 

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