Rosarno, la rivolta e dopo

Rosarno, la rivolta e dopo

Il pomeriggio del 7 gennaio 2010 a Rosarno, in Calabria, due lavoratori agricoli di origine africana vengono feriti a colpi di arma da fuoco. Questo è solo uno dei tantissimi episodi di violenza subiti dai migranti che ormai da più di venti anni giungono nella piana di Gioia Tauro in cerca di lavoro e di speranza per il futuro, trovando invece tutt’altro: le condizioni di vita e di lavoro difficili, i salari sono molto bassi o a cottimo, il sistema del caporalato tratta lavoratori come fossero merce senza valore, le condizioni abitative sono insalubri e precarie. Solo meno di due anni prima, nel 2008, altri due braccianti sono stati feriti ma in quell’occasione, a seguito dell’evento, i lavoratori africani sono riusciti a far identificare gli aggressori. Ma questa volta è diverso: una reazione senza precedenti si solleva dai lavoratori tanto che a centinaia escono dalle fabbriche abbandonate dove erano costretti a vivere e si riversano per le strade per protestare ed esprimere rabbia anche mediante il danneggiamento di automobili e cassonetti. Tutto ciò passerà alla storia come la “rivolta di Rosarno” e lo slogan coniato in quei giorni, “avoid shooting black” (evitate di sparare ai neri), diventerà un vero e proprio simbolo della rivendicazione di diritti e dignità. Purtroppo la reazione della popolazione locale non fu delle migliori: seguirono, infatti, giorni di caccia ai lavoratori migranti e di pestaggi. La situazione degenerò tanto che si rese necessario l’intervento delle forze dell’ordine e addirittura dell’esercito. La politica strumentalizzò la situazione affermando che la tolleranza del fenomeno migratorio irregolare aveva alimentato violenze e disordini. Molti migranti vennero trasferiti in altre città italiane. Sarà solo grazie all’aiuto di attivisti dei centri sociali e avvocati solidali che molti dei lavoratori migranti vittime di violenze otterranno un permesso di lavoro per motivi umanitari. Dalla rivoluzione di Rosarno sono ormai trascorsi dieci lunghi anni, periodo durante il quale molte cose sono cambiate, mentre molte altre sono purtroppo rimaste uguali…

In Rosarno, la rivolta e dopo Mimmo Perrotta descrive con passione, trasporto a scientifiche attenzione e consapevolezza, un fenomeno sociale attualissimo, quello dello sfruttamento dei lavoratori migranti nel Mezzogiorno. L’autore racconta in maniera immediata gli eventi salienti verificatisi nel decennio successivo alla rivolta di Rosarno e lo fa con una grandissima chiarezza di linguaggio che si pone al servizio di un’indagine approfondita e sapiente dal punto di vista storico e sociale. I soprusi, lo sfruttamento degli ultimi, di chi ci permette ogni giorno di avere cibo sulle nostre tavole, diventano materia di riflessione che lo scrittore offre al lettore consentendogli di formarsi una coscienza critica. Nessuno di noi può vivere sereno se ha gli occhi accecati dall’ignoranza. Conoscere significa crescere e soprattutto riuscire a sviluppare empatia verso gli altri, verso coloro che la società relega al margine per trarre vantaggio dal loro sfruttamento. Conoscere significa poter agire per cambiare le cose. Ed è per questo che l’opera di Perrotta si pone quale lettura necessaria, perché riesce a smuovere le coscienze con la forza della verità raccontando di violenze, sconfitte, umiliazioni ma anche di vittorie, diritti conquistati e speranze che diventano sempre più forti.



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