Rosso marcio

Rosso marcio

Dintorni di Wusu, Xinjiang, Cina. Come ogni giorno la corriera trasporta i lavoratori provenienti dalla periferia di Wusu nel nord dello Xinjiang e si ferma accanto al campo di pomodori. Circa due ettari e mezzo, un’unica striscia di terra coltivata; tutti si affrettano ad arrivare sul posto di lavoro per riuscire ad impadronirsi di quanti più sacchi di plastica possibile. “Non c’è tempo da perdere”, dice un raccoglitore affaticato dalla corsa. Il lavoro verrà pagato a sacchi: ogni sacco da 25 chili sarà ricompensato con 2,2 yuan, l’equivalente di circa 30 centesimi di euro, cioè poco più di un centesimo per ogni chilo di pomodori raccolto. Non c’è tempo da perdere: i raccoglitori corrono tra le file dei pomodori, una ragazzina di quattordici anni trasporta sull’esile schiena una pila di sacchi impacchettati, altri bambini e adolescenti aiutano i genitori nella raccolta, “[...]una donna porta un lattante sulla schiena. Si sfianca nella calura afosa. Dei bambini di pochi anni, troppo piccoli per lavorare, giocano sul terreno con pezzi di legno o sassi. Picchiettano il terreno con una mannaia dimenticata per imitare i genitori o si portano alla bocca dei pomodori non sciacquati, pieni di macchie bianche: i residui dei pesticidi”...

Jean-Baptiste Malet è un giovane giornalista d’inchiesta che collabora con “Le Monde diplomatique” e con “Charlie Hebdo” e che nel 2012 ha fatto parlare di sé per un reportage sull’e-commerce e sulle condizioni precarie dei dipendenti di Amazon. Facendosi assumere come magazziniere ha raccolto testimonianze ed informazioni poi confluite nel libro En Amazonie, pubblicato in Italia da Kogoi. Ed è grazie alla curiosità ed alla perseveranza di Malet che possiamo oggi leggere anche questo interessante reportage su uno dei prodotti maggiormente utilizzati e conosciuti in tutto il mondo: il concentrato di pomodoro. Con un lavoro certosino e mesi e mesi di ricerca sul campo, il giornalista francese ha ricostruito tutta la filiera del pomodoro, in particolare mettendo in evidenza i meccanismi politici e di mercato che hanno permesso alla Cina di diventare nel giro di un decennio il maggior produttore ed esportatore di doppio e triplo concentrato di pomodoro. Di argomenti nel piatto ve ne sono molti: dalle condizioni precarie e di sfruttamento in cui versano i lavoratori cinesi alla salubrità e la sicurezza alimentare del prodotto ottenuto (perché Paesi che hanno la possibilità di lavorare il proprio pomodoro decidono invece di ottenere le proprie passate dalla diluizione del concentrato cinese?); dagli impianti del Sud Italia dove spesso viene sfruttata manodopera clandestina e su cui aleggia la scura ombra della moderna agromafia (che ha trovato un nuovo espediente per riciclare denaro sporco attraverso “graziose scatolette di pomodoro made in italy”) ai traffici di concentrato inadatto al consumo umano e dirottato principalmente in Africa. E se, come già aveva denunciato nel suo Siete pazzi a mangiarlo! Christophe Brusset (che firma l’introduzione a questa inchiesta), le normative europee sono ancora troppo poco rigide (tanto da permettere di apporre l’etichetta “made in italy” a prodotti che subiscono una ultima lavorazione nel nostro Paese e di vendere in Africa pomodoro spacciato per italiano con tanto di tricolore stampato sulle scatolette) è chiaro che qualche domanda il consumatore attento se la ponga; sulla bontà di ciò che ci propina l’industria alimentare, sulla provenienza dei cibi acquistati e non ultima sull’eticità e la sostenibilità di un sistema globale che continua a sfruttare i lavoratori più deboli.



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