Salomè

Salomè
 Nel palazzo di Erode Antipa, tetrarca di Giudea,  si svolge un banchetto che vede ospiti giudei, romani ed egiziani. Erode vive insieme ad Erodiade – ex moglie del fratello Filippo – con la quale ha intrecciato una relazione legalizzata dal matrimonio. È una notte in cui splende un fantastico chiaro di luna. Nella terrazza che dà sulla sala del banchetto, alcuni soldati discutono della bellezza della regina Salomè, figlia di Erodiade, e della sublimità della luna insieme al giovane siriaco, capo della guardia, ad uno di Cappadocia e al paggio di Erodiade. Al centro del salone dove si sta svolgendo il banchetto, vi è un’antica cisterna cinta da una vera di bronzo verde, all’interno della quale è rinchiuso il profeta Iokanaan. Erode è preoccupato del comportamento di quest’ultimo, il quale urla, dal fondo della sua prigione, le proprie profezie sull’avvento del Messia, condannando duramente i comportamenti dei monarchi di Giudea. Allontanatasi dal banchetto a causa dei continui sguardi di Erode, Salomè, incuriosita dalla figura del profeta, chiede alle guardie di liberarlo per potergli parlare. Inizialmente spaventate da questa richiesta, le guardie cedono alle lusinghe della bella Salomè e, una volta liberato, Iokanaan proferisce dure parole di sdegno nei confronti di Erode ed Erodiade. Salomè resta inebriata dall’aspetto e dalla voce del profeta e, spinta da un irrefrenabile desiderio sessuale, gli rivela la sua voglia di baciarlo. A queste parole il profeta risponde con un secco diniego mentre il siriaco, follemente innamorato di Salomè, si uccide. Quando giunge sulla terrazza, Erode dichiara tutto il suo amore a Salomè, che rifiuta sdegnata. Nel frattempo, Iokanaan urla le sue condanne nei confronti degli atteggiamenti libertini di Erodiade, che rimane sdegnata dalla mancata difesa da parte del marito, preso dalla bellezza della regina, alla quale chiede di danzare in cambio dell’esaudimento di ogni suo desiderio. Così Salomè inizia ad eseguire “la danza dei sette veli”, posando i piedi nudi nel sangue del povero siriaco. Finita la danza, Salomè esprime il proprio desiderio: vuole la testa di Iokanaan…
Oscar Wilde compose Salomè, un dramma in un unico atto, in francese, durante il suo soggiorno parigino. Nel 1893 ne fu pubblicata l’edizione originale dedicata a Pierre Louys, il poeta che curò il testo insieme ad altri amici francesi. La prima rappresentazione ebbe luogo – quando Wilde era già stato travolto dall’uragano del suo destino – il 12 ottobre, al teatro dell’“Oeuvre”, con l’interpretazione di Lugné-Poë e Luna Munte: un insuccesso di critica e di pubblico. L’opera, intanto, era stata tradotta in inglese dall’amico di Wilde, Alfred “Bosie” Douglas; traduzione che si rivelò inadatta e presto sostituita da una anonima approvata dallo stesso autore. Se si pensa che solo nel 1931 l’opera poté essere rappresentata nel Regno Unito, ci si rende conto di quanto la Salomè di Wilde si inserisca nell’estetica decadente di fine Ottocento, in un'epoca, quella vittoriana, dalla forte indole censoria. Alla grazia sepolcrale della regina Salomè, si alternano l’esoterico, pagano e dionisiaco legame con la luna, alla luce della quale si esprime la danza di Eros e Thanatos, prima che il dramma richieda il suo definivo tributo di sangue. Molteplici sono le fonti alle quali l’autore ha attinto per costruire la sua personale Salomè: le Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio, Hérodias di Flaubert e, soprattutto, i Vangeli di Matteo e Marco. Le pagine di Salomè, impreziosite dalle illustrazioni in stile liberty del “decadentissimo” Aubrey Beardsley, per dirla con le parole di Aberto Arbasino, rappresentano forse la prova più alta di un Oscar Wilde ormai dirottato sulla via della decadenza. Pagine che non sono intrise di politica o religione, ma d’amore. Un amore malato, folle, lunare, definitivo. Un dramma d’amore che sublima e supera la storia e la leggenda, urlando il coraggio di un autore che è diventato mito, modello delle generazioni successive di esteti e decadenti. Un autore che, pur prendendo spunto dalla tradizione, ha saputo rompere il legame con essa, restituendo una figura, quella di Salomè, come nessuno l’aveva mai vista. Una Salomè che scandalizza, nel pieno rispetto dello stile che ha contraddistinto le opere e la vita di Oscar Wilde.  

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