Salta, corri, canta!

Salta, corri, canta!
Tel Aviv, anni ’50. Aliza ha pochi anni e molte domande. Anzi no. La domanda è una sola, e sempre la stessa, da sempre: chi è suo padre? Helena, sua madre, non le risponde mai e ogni volta si chiude in un silenzio autistico; poi comincia a tagliare verdure sul piano di marmo della cucina. Nel quartiere, dove tutti, come Helena, sono ebrei polacchi sopravvissuti ai campi di sterminio e hanno provato a farsi una famiglia e vivere  una vita normale, forse qualcuno sa qualcosa. Ma vige la consegna del silenzio imposta da sua madre e ad Aliza, col tempo, non resta che rassegnarsi e continuare ad osservare con invidia le famiglie delle sue amiche. Quelle famiglie, ognuna a suo modo, sono un po’ strane per la verità, ma tutte hanno almeno un papà. Già, almeno. Perché in una i papà sono addirittura due. Qualche decennio più tardi Aliza è ormai adulta, ha un marito e figli già grandi. Di tanto in tanto incontra le vecchie amiche del quartiere, più che altro ai funerali. Quelli della vecchia generazione, quella sopravvissuta alla Shoah, infatti, stanno andando via tutti, portandosi  nella tomba i loro segreti. Avevano scelto di tacere per far finta di dimenticare e soprattutto per tentare di proteggere i loro figli dall’orrore che avevano vissuto e dare una parvenza di normalità alla loro vita. Ma le domande rimaste senza risposta hanno lasciato altre ferite non meno dolorose. Dopo l’ennesimo funerale, per Aliza l’incontro solito prende una piega strana e, con l’aiuto delle amiche, si ritrova a ricostruire, pezzo dopo pezzo, come in un faticoso e doloroso mosaico, la sua storia, per poi scoprire di averla sempre avuta sotto gli occhi. Tutti i frammenti di memoria, lentamente, fino all’ultima pagina, andranno al loro posto e Aliza avrà la sua possibilità di riconciliazione col suo passato.  E finirà per capire che anche le altre, che lei aveva sempre creduto felici, hanno convissuto con i fantasmi di un passato che i genitori cercavano di ignorare, rendendolo solo più ingombrante e doloroso. Questa consapevolezza non saprà dare una risposta – “ Guariranno mai le nostre ferite?” - ma darà un senso diverso al sentimento di profonda amicizia che lega: “ Siamo le cicatrici l’una dell’altra”…
In psicanalisi rimozione non significa mai guarigione. Anzi. La polvere accantonata sotto i tappeti potrà anche essere ignorata ma è sempre lì e aumenta di volume. Nel suo nuovo romanzo Lizzie-Aliza Doron, una delle voci più interessanti della letteratura israeliana e della seconda generazione delle vittime della Shoah, affronta a viso aperto i fantasmi che hanno abitato la sua infanzia e quella delle sue amiche di quel quartiere di Tel Aviv in cui i silenzi, i segreti, le stranezze erano la normalità. Se numerose sono le sofferte testimonianze che raccontano i campi di sterminio e vari risvolti della tormentata storia degli ebrei, esiste un vuoto colmo di dolore sulla condizione di coloro che conobbero quella libertà che, improvvisa, si spalancò oltre il filo spinato, dopo i forni crematori, dopo il terrore e la fame. Una libertà che faceva paura perché mai si sarebbe emancipata dai ricordi, dalle ferite insanabili, come una maledizione della Storia. La Doron, invece, sceglie di raccontare la sua storia di figlia di sopravvissuta e di come abbia affrontato quei fantasmi, benché da adulta, con l’aiuto delle amiche di quell’infanzia malata, soprattutto di Brakha, quella di loro che ha reagito a suo modo ed è diventata una specie di detective che ricostruisce le storie delle vittime della Shoah. Incanta ed emoziona questo racconto autobiografico che mai indulge al drammatico e alla retorica ma con una scrittura  delicata ed essenziale descrive la sofferenza di un’intera generazione, dominando l’emozione con il dissacrante senso ebraico dell’umorismo. Una lettura consigliata, che tocca diverse corde ma soprattutto ci fa ricordare che anche il passato più doloroso va custodito come un bene prezioso perché ci ha resi, nel bene e nel male, quello che siamo. Comunque.

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