Samarcanda

Samarcanda
Correva l’anno 1977. Per l’Italia è un anno di contestazioni, forti tensioni sullo scenario socio-politico e lotte armate. A San Remo gli Homo Sapiens vincono con Bella da morire e in vetta alle classifiche galoppa Mal con Furia. Ma dall’estero arrivano Davide Bowie, Pink Floyd, Brian Eno e i cantautori (tra gli altri Dalla, De Gregori, Conte) riscuotono i favori della critica e successo presso un fedele pubblico di fan. Dopo alcuni album fortemente introspettivi e intimisti (“Io sono così […] ritorno continuamente su me stesso” ) e vari tentativi di conciliare il proprio complesso mondo interiore con gli interessi più commerciali della discografia italiana - allo stesso tempo coltivando quello che lui stesso chiama “mito dell’intellettuale solitario” e il desiderio di arrivare alla gente -, Roberto Vecchioni, laurea in lettere classiche e docenza universitaria, pubblica il 33 giri Samarcanda. Sette le canzoni contenute nell’album: Vaudeville sul ruolo del cantautore, Due giornate fiorentine sul tradimento, Blu(e) notte dedicata al poeta Sandro Penna, Per un vecchio bambino, dedicata al padre morto da poco, Canzone per Sergio suo fratello, L’ultimo spettacolo ancora un racconto dolente di un addio e poi per l'appunto Samarcanda, la canzone che dà il titolo al disco, nota, più che nota a tutti, nonostante gli over trent’anni d'età. La melodia orecchiabile e il testo sono praticamente impossibili da non ricordare. Un soldato sopravvissuto alla guerra festeggia lo scampato pericolo attorno ad un fuoco, ma, d’un tratto, scorge tra la gente in festa la “nera signora” che lo guarda, gli pare, maligna. Così scappa a cavallo, più lontano che può, a Samarcanda, sorta di finis terrae. Ma la ritrova lì ad attenderlo. Il bel racconto, si legge, è stato suggerito a Vecchioni dalla lettura della tesi di suo fratello Sergio; ma lui, il poeta Vecchioni, preferisce ammantare di romantico mistero questa storia dicendo di averla ascoltata in un bar da un vecchio marinaio. In realtà è ispirata ad una favola orientale citata nel romanzo Appuntamento a Samarra di J.O’Hara. Samarcanda è “una beffa,un inganno”. Samarcanda è il luogo del destino e del redde rationem. Samarcanda è un archetipo: è “il senso dolente di precarietà”, è la paura della perdita intensa, della morte come fine non già delle esperienze vissute ma della possibilità di farne altre. Come se la vita fosse sempre troppo breve e ci fossero sempre troppe storie da raccontare ancora, troppe canzoni da cantare, troppe donne da amare…
Ma l’album è assai più della sua title track, pur così famosa per il ritornello e non solo. Sono presenti quasi tutti i temi cari al “professore”: gli affetti, la natura, l’amore, la poesia, la nostalgia. E vengono sapientemente raccontati nei primi capitoli del libro che, piano piano, come un’ antologia di racconti, uno per ogni traccia dell’L.P., come si chiamava allora, diventano ciascuno una piccola storia per coglierne l’anima. Il libro di Mario Bonanno, giornalista musicale, è una monografia dedicata al forse più noto degli album di Vecchioni e ne traccia tutto il processo creativo attraverso dati biografici ed aneddotici, suggestioni personali dell’autore e testimonianze di chi a quel disco ha collaborato, come Angelo Branduardi che nella title track suona il suo magico violino. Tuttavia le cose più gradevoli sono le parole, le interviste, le pagine tratte da vari scritti, dello stesso cantautore magari a volte un po’ criptiche ma spesso suggestive. Appare subito chiaro però che questo percorso alla scoperta della genesi di Samarcanda  è, per così dire, una occasione per qualcosa di ben più articolato che si rivela un vero e proprio percorso emotivo, prima ancora che biografico e analitico, dell’intera produzione di Roberto Vecchioni. Una sorta di esplorazione poetica di fatti ed emozioni che ne hanno arricchito il percorso negli anni. Ecco allora dipanarsi i temi ricorrenti come l’intreccio del proprio essere con la storia, la letteratura, i miti, la musica, il mondo classico in cui si è formato; perché, contestando Aristotele, Vecchioni sostiene che le arti non sono separate ma sono destinate a mescolarsi e fondersi per poi rinascere singolarmente nuove e più ricche di sfaccettature. E poi la nostalgia per il passato, il tema del doppio, la Storia come metafora del presente, e, su tutto, e nonostante tutto, l’amore sconfinato per la vita. Arricchiscono la narrazione, che scorre rapida come un flusso di emozioni quasi senza soluzione di continuità, i racconti dei back stage e degli studi di registrazione, aneddoti, curiosità, analisi testuali delle canzoni. Quasi episodi, spezzoni, fotografie di vita come in fondo lo sono le canzoni stesse. Un saggio, insomma, fuori dall’ortodossia del genere, una specie di ibrido tra biografia e analisi testuale, musicale, poetica addirittura psicologica, corredato sapientemente da pagine varie del cantautore e interviste inedite che consentono una sorta di ricostruzione della carriera. Ma anche pensieri, giudizi dello stesso Buonanno, che si capisce presto essere un estimatore e un fan di Vecchioni. Il formato maneggevole del libro ne suggerisce “l’utilizzo” privilegiato: una sorta di vademecum, di guida pratica alla scoperta del cantautore mentre lo si ascolta, magari sprofondati nella poltrona preferita. Un libro quindi decisamente consigliato ai fan di Vecchioni, un po’ “oscuro”e disomogeneo per chi decidesse di cominciare da qui a conoscerlo. Dispiace poi una certa trascuratezza nella cura editoriale che lascia spazio ad un po’ troppi refusi, decisamente non di poco conto, incompatibili con qualcosa che riguardi “il professore” della canzone italiana.

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