San Gennaro non dice mai di no

San Gennaro non dice mai di no
Napoli, primissimo dopoguerra. Fame, speranza, miseria e nobiltà. I vetturini si portano a spasso fra loro per non disperare, turisti non ce ne sono infatti. E se capita uno sprovveduto cliente, gli fanno pagare per dieci. Perché solo con dieci corse si ha denaro per cenare, non si può fare altrimenti. I borseggiatori invece, spesso malnutriti bambini vestiti di stracci, non lasciano scampo alle penne stilografiche.  Ma se una vittima li impietosisce, son pronti a restituire il maltolto. I pescatori lavorano indefessi, anche se i guadagni non arrivano a far comprare il pane per l'intera famiglia, che di prassi ha più di cinque figli. Il mercato nero impazza e spopola, si vende tutto e di più, il contrabbando è una regola di vita, come se ci fosse un miracolo economico in corso. Tutti vendono, pochi comprano, però. Ma non per rispetto o timore della legge, ci mancherebbe. Perché il mercato illegale  è tutt'altro che scuro o nascosto, è fatto alla luce del sole, ad ogni angolo, in ogni quartiere, è una necessità, non una ribellione oppure un'attività illecita solo per il gusto di infrangere la legge. E poi il fascino eterno del mare, le trattorie tipiche, piene di sapori e colori, le abitudini consolidate e quelle portate dalla guerra e dagli occupanti/liberatori anglo-americani. Un microcosmo dai toni vivaci, animato, animoso, ripieno di vita vissuta, dove l'amarezza viene dissipata nella speranza che arrivi o torni San Gennaro. Il quale appunto, non può dire di no, altrimenti non sarebbe il santo di Napoli…
Un anno dopo L'oro di Napoli, grandissimo successo uscito nel 1947, Giuseppe Marotta, napoletano del 1902 morto nel 1963, costretto da piccolo ad emigrare dalla sua città natia, torna a parlare della sua amata Napoli. Ma stavolta non c'è quella ilare giocosità e presunta attesa di prosperità che animava le pagine del libro citato, trasposto anche in un riuscitissimo film da De Sica anni dopo. No. Sotto la scrittura ironica, sotto il ritmato e variegato tentativo di affresco di realtà eterogenee ma saldamente radicate ad un solo ed inimitabile luogo, si rintraccia la disperazione, il malcontento, i morsi della fame e anche della sete. Il tono scanzonato appena mitiga quello che è un panorama desolato, anche se i napoletani sono permeati da una irrefrenabile, atipica e tradizionale vivacità. E Marotta lo sa: “I napoletani inventano Napoli, si raccontano con qualche enfasi (...) trovano sollievo e consolazione in questo recitarsi”. Bozzetti certo, ma d'autore. Marotta inventa una lingua ed uno stile prettamente letterari, con un registro che non si fa mai schiacciare dal pathos o dalla retorica, minacce sempre presenti trattando tematiche come queste. E ne esce un libro godibile, il cui aspro contenuto è sciolto nella delicatezza di passaggi lirici, di tocchi poetici. Ingiustamente relegato a paraletterato, Giuseppe Marotta dunque rivela qualità inaspettate in questo volume del 1948, che come tutti i buoni libri non sente l'età.

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