San Isidro Futból

Benché avesse un’età ormai talmente veneranda da essere divenuta indeterminata (il conto era stato perso da chissà quando, comunque dopo il settantesimo compleanno) e il suo ruolo di prestigio fosse assolutamente indiscutibile, Don Cayetano Altamirano non poteva essere definito a tutti gli effetti l’alcalde di San Isidro. E per un motivo molto semplice. San Isidro non era un vero e proprio comune. Non si capiva nemmeno a che stato appartenesse. Tutta una questione di confini, di strade mai asfaltate… E così, via con l’orgogliosa indipendenza federale. Eppure, la parola di don Cayetano era legge. Soprattutto quando sedeva in consiglio, su una sorta di trono inchiodato per terra, dono di un artigiano, e batteva col martelletto sul tavolo ormai martoriato di fronte alla sparuta e variegata assemblea. L’ordine del giorno riservava sempre sorprese, ma in quell’occasione il motivo principale di dibattito non era certo l’indennizzo che si ipotizzava di dover pagare alla Pepsi Cola per dei fogli di lamiera usati come copertura, ma l’importante partita prossima ventura. La passione per la neo-costituita squadra locale, l’equipo de futból, come la chiamavano tutti con pronunce più o meno incerte, aveva contagiato l’intera piazza, a partire da Quintino Polvora, fanatico del calcio, che il padrone del rancho dove lavorava aveva destinato al ruolo di portiere, ma che invece aveva fatto faville come matador: il problema è che forse gli toccava ritornare al suo vecchio ruolo, perché il suo sostituto tra i pali, El Zopilote, per la postura da rapace, era preda di una dissenteria che nemmeno un vagone di limonata riusciva ad arginare. Quanto sa essere maligno, il caso, certe volte: ed è solo l’inizio…
La particolarità che rende davvero gradevole questo romanzo ironico e ben costruito - finanche picaresco, a tratti - che si legge con la stessa facilità con cui si manda giù un bel bicchiere di limonata fresca in un assolato e torrido pomeriggio d’estate (la si sorbisce senza dubbio volentieri anche senza dissenteria, con buona pace del povero Zopilote, come insegnano le bancarelle che fanno bella mostra di sé in tutta la storia dei fumetti a stelle e strisce…) è che Pino Cacucci, scrittore evidentemente valido e dalla mano sicura, riesce a catapultare sin dalla prima riga il lettore nella realtà che sta raccontando. È come se scostasse una tenda e spalancasse di fronte agli occhi di chi sfoglia le sue pagine non una finestra, ma direttamente una strada, che corre nel paesaggio. In questo caso, il paesaggio è quello di una sorta di Macondo di ispirazione marqueziana che incontra – e con tutta evidenza non è un caso – Puerto Escondido (sia nel film di Salvatores, sempre tratto, per l’appunto, da Cacucci, che in Viva San Isidro! compare, tra l’altro, nel ruolo del protagonista, Diego Abatantuono), nel quale le pietre, le baracche e gli oggetti sembrano abbandonare la propria condizione inanimata e rispecchiare, come fossero una tavolozza, o un volto espressivo, le vite di chi, tra di loro, vive, ama, combina guai o se ne trova suo malgrado coinvolto.

 

 

 

 
 
 
 

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