Sangue giusto

Sangue giusto

Roma, prima decade del Duemila. Ilaria Profeti torna a casa nervosissima: i vigili le hanno sequestrato la macchina perché la strada dove aveva parcheggiato ‒ dove parcheggia spesso ‒ quel giorno è chiusa al traffico per l’imminente visita di Muammar Gheddafi. Torna a casa nervosissima e una vicina la informa che c’è un ragazzo di colore davanti alla porta del suo appartamento, al sesto piano senza ascensore. Ilaria è tranquilla: quale ladro e malintenzionato salirebbe tutte quelle scale, avendo a disposizione bersagli più facili da raggiungere? Il ragazzo, infatti, è lì solo per conoscere Attilio Profeti. Nella famiglia di Ilaria ci sono due uomini con questo nome: uno è il fratello minore, skipper che vive da anni in Liguria, l’altro è il padre, ultranovantenne e non più del tutto a posto con la testa. Il ragazzo si riferisce al più vecchio. In un discreto italiano, le dice di chiamarsi Shimeta Ietmgeta Attilaprofeti e che lei, Ilaria, è sua zia. Vinto l’iniziale scetticismo, la donna fa due conti: l’unica ipotesi possibile è che suo padre abbia combattuto in Etiopia durante l’occupazione fascista, e che in quel periodo sia nato il padre di Shimeta. Un fatto di cui però, in famiglia, nessuno ha mai fatto menzione...

Una lettura carica, senza dubbio, carica di verbosità e di temi forti. Bisogna avere l’animo pronto prima di iniziare a leggere, perché ogni evento o emozione è sviscerato fino all’ultimo aggettivo e perché i temi chiave sono tra i più complessi che si possano trovare in un’opera di narrativa: la famiglia, la storia, le guerre, l’emigrazione/immigrazione, il legame storico e odierno fra Italia e Libia, fra Italia ed Etiopia. Tutto parte dalla famiglia, composta di legami di sangue e di altri che ci siamo scelti. Non sempre il fatto di discendere da uno stesso padre, o da una stessa madre, sono sufficienti a far provare un sincero amore, e gratitudine, e voglia di stare insieme. Ne è la dimostrazione il rapporto di Ilaria con i suoi fratelli, così diversi uno dall’altro, e la difficoltà nel tenere insieme la famiglia anche solo per un pranzo. Viceversa, c'è chi proprio in nome di quel legame (qui il secondo tema) è disposto a compiere la traversata nel deserto fino in Libia prima, su un barcone fino all’Italia poi, e da lì fino al luogo che fin dall'inizio si era scelti come meta. Il cuore della narrazione è tutto qui: “(…) immagina questo: stai facendo un sogno meraviglioso mentre sei appollaiato sui rami di un albero. Devi svegliarti ogni minuto, però. Perché non devi cadere e anche perché vuoi tenere vivo il tuo sogno. Questo vuol dire emigrare”.



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