Santa Mira

Santa Mira
Correva l’anno… 1999. Santa Mira, metaforica città della costa mediterranea, il cui cielo viene striato dai bombardieri della NATO che volano verso la Serbia, sta nutrendo nel suo ventre, come una gestante, una deflagrazione ben più fragorosa di qualsiasi terrena bomba. Perché avviene all’interno. Dalia e Gaudenzio, coppia di intellettuali quarantenni, snob, cinici e ovattati conducono la loro vita in una colpevole, perché consapevole, mediocrità: due bimbi, un lavoro alla Sopraintendenza per Gaudenzio, una laurea in cinema e un concorso per ricercatore praticamente già vinto per Dalia. Sì. Ma quando è stato quell’attimo in cui le loro vite sono diventate così misere e livide, quando, in quale preciso istante si sono dimenticati di com’erano, e si sono trasformati in involucro, marionette destinate a recitare una parte sullo sfondo di quella che potrebbe essere anche solo una immensa messa in scena, fittizia, televisiva? A partire dalle domande di Dalia, il campo visivo si allarga: la ripresa non è più in soggettiva, e l’obiettivo abbraccia le vite di tutte le altre insignificanti comparse. Bambini, familiari, vicini. Mezzibusti, vallette, deejay. La narrazione abbandona lo sguardo interno e intimo e si volge al di fuori. E ci investe...
Santa Mira racconta 12 ore, dilatate oltre il pensabile, da cui si dipartono infinite diramazioni, per 300 pagine, attraverso uno stile narrativo iperdettagliato, gremito, a tratti opprimente, che non si riesce mai a prendere fiato. E anche quando si ride, lo si fa in carenza di ossigeno. Perché mano a mano che la lettura va avanti, avviene il riscontro con la realtà e il paragone diventa inevitabile: il mondo in cui viviamo è proprio così. Saturo. Di contenuti (la televisione è un rumore di sottofondo costante di tutto il romanzo), di suoni, di segni, significanti e significati. Senza neanche più bisogno di una interpretazione, perché oramai il più delle nostre esistenze, possiamo giurarci, viene compiuto in un automatismo alienante. I rimandi culturali, cinematografici (uno per tutti l’ultracitato L’invasione degli ultracorpi, di Don Siegel) e musicali sono infiniti e tradiscono la proteiforme produzione di Gabriele Frasca, scrittore, saggista, poeta e traduttore fecondo (sue le traduzioni de Le poesie di Samuel Beckett per Einaudi e di Un oscuro scrutare di Philip K. Dick per Fanucci). Santa Mira fu pubblicato già nel 2001 da Cronopio. Torna per i tipi de Le Lettere come baluardo della nuova collana diretta da Andrea Cortellessa, Fuori Formato. E torna accompagnato da un cd, Fronte Interno, in cui il rock acido dei ResiDante scorta i testi delle poesie di Frasca. Tanto per occupare uno spazio, quello uditivo, che pareva essere rimasto privo di un contenuto, sebbene dello stile di Frasca tutto si può dire tranne che sia silenzioso.

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