Sarah

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Un bambino di dodici anni. Una madre-ragazzina di nome Sarah, che si prostituisce nelle piazzole delle stazioni di servizio. Il bambino inizia ad imitare la madre, a truccarsi, a travestirsi da donna. Gli occasionali compagni della madre lo iniziano al sesso, e la stessa Sarah lo manda da Glad, una sorta di pappone-sciamano che lo introduce alla prostituzione. Ma ben presto il bambino finisce nelle mani di un padrone più spietato...
"È successo tutto per sbaglio. Mi è come venuto fuori. Come fare una bella cacata. Hai presente quando ti siedi e pensi che sarà piccola, ma poi viene e viene e viene, e tutte quelle cose che hai mangiato il giorno prima vengono fuori da te? È un po' una cosa così." È così che J.T. Leroy raccontava la genesi di Sarah, il romanzo che aveva rivelato al mondo il suo esplosivo talento poetico e - così sembrava in quei giorni - la sua terribile storia personale. Una storia personale che poi si è rivelata del tutto inventata, così come J.T. Leroy stesso, fake identity della scrittrice Laura Albert. E questo, inutile negarlo, mette in imbarazzo chi a distanza di anni e col senno di poi si approccia alla recensione di questo - nonostante tutto, lo dico subito - splendido romanzo. Già, perché da quando la storiaccia del falso J.T. Leroy (vera epopea pop post-moderna, sospesa tra misera truffa e sublime finzione) è venuta a galla, tutti si sono affannati a bollare i romanzi usciti a suo nome come 'spazzatura studiata a tavolino', quasi che perché un romanzo drammatico sia riuscito sia necessario che il suo autore abbia vissuto drammi in prima persona. Peccato che Sarah, chiunque l'abbia scritto, sia un libro splendido. Quanto l'antologia di racconti Ingannevole è il cuore più di ogni cosa (il libro 'd'esordio' di J.T. Leroy) è cruda, violenta, spietata, minimalista, tanto questo romanzo è fiabesco, lieve, surreale. Teatro delle avventure del piccolo protagonista è il West Virginia, terra aspra di minatori e operai, con la sua mitologia di montagne, foreste e spiriti, con i suoi animali magici, con i suoi simboli semplici ma potenti (ad esempio l’osso di pene di procione tormentone del libro, o il Cervoconiglio santo protettore di un popolo di misfits in pellegrinaggio nel retro di un autogrill). Chi ha apprezzato il misticismo di Twin Peaks di David Lynch sa cosa voglio dire. In Sarah lo sciamano indiano indossa una camicia a quadri da boscaiolo made in Usa, guida un tir e fa il pappone ma non per questo rinuncia ai suoi riti, ai suoi silenzi, al suo potere. Il realismo disperato che ci si aspetterebbe da una storia come questa (il battage pubblicitario ai tempi dell'uscita aveva ovviamente puntato tutto sulla ‘infanzia bruciata’ di J.T. Leroy, e come abbiamo visto negli ultimi mesi questa strategia si è rivoltata contro i suoi architetti - ingiustamente ma prevedibilmente) non c’è: al suo posto teneri bambini travestiti, simpatiche adolescenti perdute. Il bordello in cui sono rinchiusi il protagonista e i suoi piccoli compagni di sventura somiglia tanto al carrozzone di Mangiafuoco, dove i burattini si raccontano storie sottovoce in attesa del loro turno. Solo un grandissimo talento poteva trasformare in favola a tratti addirittura comica e cartoonesca (la sequenza dell’inseguimento) la storia di un bambino che campa praticando fellatio ai camionisti nelle aree di servizio, e scrivere pagine così grondanti amore verso una madre mostruosamente colpevole (anche se anch’essa vittima). Una madre-bambina che, anche se è effettivamente presente solo in poche pagine, è il personaggio centrale del romanzo, il maelstrom nel quale la voce narrante (J.T., Vanessa, chissà chi altro) sprofonda e annulla se stessa. Un libro importante, inatteso, quasi perfetto. Anche col senno di poi.

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