Satyricon

Satyricon
Encolpio è un giovane irrequieto e curioso di tutto, immorale ma a suo modo elegante e raffinato. Gitone, invece, un adolescente capriccioso e lascivo. I due, legati da una torbida relazione, sono costretti a peregrinare in continuazione per le province dell’Impero Romano, a causa della spietata persecuzione che il dio Priapo ha messo in atto nei confronti di Encolpio condannandolo all’impotenza. Nel corso dei loro irrequieti spostamenti da una scuola di retorica a una taverna, da un postribolo a una pinacoteca, da una viuzza malfamata a un mercato, da una sala da pranzo di ostentata eleganza alla tolda di una nave, entrambi si trovano a dover fronteggiare un fitto susseguirsi di situazioni tanto imprevedibili quanto triviali e sconcertanti. E in questi ambienti si imbattono in un vasto campionario umano: Ascilto, un balordo cinico e volgare che tenta di concupire Gitone e sottrarlo a Encolpio, Eumolpo, poeta anziano e corrotto, Circe, bella e ricca dama con voglie da donna di strada, Trimalcione, liberto arricchito, geniale nella sua volgarità e nella sua assoluta mancanza di buone maniere… 
Se il mondo in cui viviamo ormai troppo spesso ci costringe all’indignazione, bene: Petronio potrebbe essere nostro contemporaneo. Disgustato e lontano, ma ahimè corresponsabile delle volgarità e delle turpitudini che descrive, almeno come tutti noi imbelli di fronte ai comportamenti sconsiderati e dissoluti di chi detiene le leve del potere politico ed economico. Forse la società che ci nutre non è in fondo tanto peggiore di quella dei nostri padri o di ogni altra possibile, se nell’uomo alberga stabilmente il virus dell’indegnità. Bene ha fatto dunque la Newton & Compton a rispolverare questo utile e dilettoso testo dell’età di Nerone e a riproporlo ai lettori, con testo latino a fronte, nella traduzione di Gian Antonio Cibotto. Anche se viziata da una mente che alla morale antepone l’ossessione per i canoni del buon gusto, quella di Petronio è indignazione autentica per l’ostentata e tracotante fastosità della Roma imperiale. Certo l’affresco che Petronio ci consegna è quello fosco e disperato di un’epoca contrassegnata da una vergognosa rilassatezza dei costumi individuali e sociali, da bassezze, meschine furberie, esibizionismi senza stile e rovesciamento totale dei valori. Ma il monito è lampante: nessuno può chiamarsi fuori dal proprio tempo. E il monito vale soprattutto per noi.  

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