Scrittore e assassino

Scrittore e assassino
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Un uomo, seduto su una panchina in piena notte, osserva le case, gli uomini… e vede “i loro sogni levarsi”: “osserva la cittadina sognare”. È uno scrittore, che si professa da subito anche un assassino. Alla ricerca d’un posto tranquillo in cui far rinverdire la sua vocazione, è atterrato sulle coste mediterranee della Turchia, in una piccola cittadina dal panorama straordinario. Tuttavia, questa gli si svela, sin dall’inizio, tutt’altro che una terra di pace e di serenità: una sordida trama sotterranea, infatti, avvinghia le vite dei suoi abitanti, come radici marce e storte di alberi, in apparenza, perfetti. Il paese è nelle mani di Mustafa: il sindaco, l’uomo del potere, della legge che va emanata e mai eseguita in prima persona. Muhacir è, invece, il suo più grande rivale, in una faida, una lotta intestina senza alcuna esclusione di colpi. Nessuno sembra aver paura di sporcarsi le mani, tutti sanno già prima, ancor prima che l’ennesimo omicidio si compia. Quello di Mustafa è il paese in cui gli assassini girano in minibus giallo, sparano in pieno giorno e nessuno li prende. Quello di Mustafa è il paese che va alla ricerca d’un tesoro da dissotterrare, d’un tesoro che c’è nella stessa misura in cui può esistere il gatto di Schrödinger. Zuhal è la donna che, per prima, inizia lo scrittore a quella cittadina, alle sue logiche illogiche. Zuhal è il fulcro d’un triangolo amoroso (e, al contempo, si professa come la declinazione della solitudine) che lo fa giocare col fuoco, col potere, e persino con l’enigmatica Kamile Hanim…

È “una zebra tra i leoni” lo scrittore-protagonista, e sembra subire il fascino della criniera, la seduzione del male; ma fino al punto da cambiare pelle? Fino al punto da diventare egli stesso un “leone”? L’uomo, dal canto suo, intesse un costante dialogo-critica, sulla scrittura della vita, con lo Scrittore per eccellenza: un dialogo, e non un monologo, perché le risposte arrivano quasi sempre, se le si sa cogliere; arrivano, di tanto in tanto, nelle parole d’un povero vecchio intagliatore di culle, d’un forgiatore della vita nuova, della purezza: “Ogni volta che commetti un atto malvagio tagli un pezzo di te stesso…”. Ahmet Altan ci regala una storia che affonda, senza troppa paura, nelle viscere più nere e sporche dell’uomo, ma, tra le righe, ci sussurra anche come liberarcene, come volare. Sprofonda nel peccato più lurido, nella lussuria, senza sporcarsi mai davvero del tutto, ma sempre come un uomo che, nel denunciare la bestia, declina, al contempo, l’essenza dell’essere umano (e, dunque, quegli interrogativi morali che ritornano nel testo, come un’eco, come un umano bisogno, come una noiosa e petulante ossessione). Redige un dizionario dei sentimenti e delle emozioni, anche di quelli più luridi, e li rende tangibili, come un corpo morto che sale a galla. La sua cittadina imbracata nel male sembra ricordare, a tratti, quella (seppur molto diversa, già solo per l’ambientazione) di Haneke, nel film Il nastro bianco: ma in Altan l’uomo (che non a caso, qui, resta senza nome: perché il protagonista sembra includere in sé ogni uomo), seppur ammaccato, non smette mai del tutto di risorgere e spera ancora in un “sequel”.



 

 

 

 
 
 
 

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