Scrivere lettere è sempre pericoloso

Scrivere lettere è sempre pericoloso
Cal. 7 settembre 1948. «[...] Magari avessi letto Confucio da giovane, ma Dorothy sostiene che sarei stato il più insopportabile trombone mai esistito [...] Mi sento bene, però: "Anni trentuno, risultati nessuno" mi ronza nella testa; e l’idea di preparare i bagagli mi fa rabbia»; Elizabeth. 8 settembre 1948. «Caro Cal, qualche tempo fa dicesti che “ti avrei sfottuto” durante una nostra chiacchierata su come proteggersi dalla solitudine e dal tedio – ma non è vero. È appunto il tipo di “sofferenza” in cui sono più ferrata e più impotente […]»: Poeti della «middle generation»  l'uno e l'altra. Due menti brillanti. Nessuna paura di raccontarsi. Elizabeth Bishop e Robert Lowell – «io sono Cal per gli amici, ma non sto a spiegarti perché. Nessuno dei prototipi è lusinghiero […]» –, con piglio ammiccante, si intuiscono profondamente, e in un certo modo, corrispondendo, scrivendo, si tengono vicino. Ebbene, «scrivere lettere è sempre pericoloso, in ogni caso - gravido di minacce»?
Stigmatizzati dal dono di parole poetiche, affascinanti, Elizabeth e Cal paiono sorprendenti, disinvolti e intimi. Non sono certo composizioni studiate, le loro, e non solo ad analisi superficiale. È un carteggio questo di grande vivacità, intenso e complice, le cui lettere si susseguono dal 1947 al 1977. Spoglie di qualunque artificio, delicate e a volte inquiete, raccolgono il presente di due grandi poeti americani, i loro slanci di speranza, con tono divertito anche le futilità, un senso di serenità e insieme di dolore, un forte affetto. Da leggere, attentamente, per non lasciarsi sfuggire episodi, suggerimenti e curiosità –  e dunque gli scambi letterari, le prestigiose valutazioni, ecc. –, sostando lunghi momenti sulle preziose verità e fragilità. Per credere, ancora, nella bellezza della condivisione, delle affinità.

 

 

 

 
 
 
 
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