Se prima eravamo in due

Se prima eravamo in due
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Prima constatazione: fin da quando l’uomo esiste, la figura del padre è sempre stata bistrattata. Tra madre e nascituro si crea una simbiosi esclusiva che emargina la figura maschile per un numero imprecisato di anni e che possono tendere all’infinito se il padre non sarà capace di trovare un legame saldo con la propria progenie. Seconda constatazione: si muore in mille modi diversi, ma si nasce più o meno con il medesimo meccanismo. Cioè alla nascita siamo tutti uguali, più che davanti all’Oscura Signora e alla sua falce. Terza constatazione: avere un figlio per una coppia non è sempre facile. Lo si cerca, possono passare anni prima che arrivi. Ciò premesso, in casa Brizzi ci si sta preparando per l’arrivo della primogenita che, dopo lunghe contrattazioni, sappiamo si chiamerà Penelope Nina. La scelta del nome, però, è solo la punta di un iceberg di domande, dubbi e paure e lotte che la coppia è destinata a ricevere addosso con la forza dirompente di una valanga. Per il povero papà Fausto però le difficoltà sono ancora più grandi, essendo la mamma Claudia una vegana convinta. Cosa mangerà Penelope Nina oltre al latte materno? I nove mesi di gestazione trascorrono quindi tra dibattiti, trasformazione di stanze, tinteggiatura di pareti, attesa snervante. E quando arriva il giorno in cui Penelope Nina entra nella sua vita, Fausto viene investito, come tutti i padri, da un flusso di emozioni straniante. Amore infinito, malinconia (chiamatela pure “Paternal Blues” o “depressione perinatale paterna”), stanchezza, ansia. E mentre la piccola cresce, mentre la madre dispone e provvede con piglio dittatoriale, il povero papà si ritrova sballottato, in balia degli eventi e in compagnia di più o meno belle babysitter, innamorato perso di una creatura minuscola e di sua madre ma, come a volte accade, affaticato e un tantino emarginato…

Com’era quella canzone di Edoardo Vianello? “Se prima eravamo in due a ballare l’Alligalli, ora siamo in tre”, eccetera eccetera. Ma potremmo anche parafrasare Gene Gnocchi e dirci: cui prodest? A chi giova tutto ciò? Ecco, la lotta intestina tra un marito onnivoro e indifeso, ma anche noto regista, sceneggiatore e produttore cinematografico e un’accanita moglie vegana era già stato affrontato nel precedente Ho sposato una vegana. Ora si tratta di affrontare il nuovo arrivo in famiglia, già di per sé traumatico per mille motivi, alla luce di uno stile di vita piuttosto selettivo. Fatta salva la felicità per il lieto evento, assicurata la massima solidarietà al neopapà da un altro padre che con la primogenita ne ha passate di cotte e di crude, quel che resta è una normale storia famigliare che, come è naturale, sfocia alla fine in una lettera aperta del papà alla figlia che, chissà, tra trent’anni forse avrà modo di rileggere queste pagine e comprendere quanto sia stato complesso attenderla, accoglierla e poi quanto naturale volerle così tanto bene. Insomma, nel complesso un libro che starebbe benissimo tra gli album di famiglia ma che non aggiunge niente al panorama letterario. Le favole carnivore censurate, le canzoncine inventate, l’eventualità di poter contattare Sorrentino per avere il numero di telefono di Jude Law, per avere da lui quello di Jessica Alba e ottenere così una fornitura di pannolini biologici da lei prodotti sono degli escamotage divertenti sì, ma non soddisfacenti. Pare insomma che se l’idea del primo libro sulla lotta tra moglie e marito per la supremazia nutrizionale poteva essere originale e divertente, quella tra padre contro la coppia mamma/figlia non abbia dato i risultati sperati, sia per chi padre lo è già che per chi prima o poi lo diventerà.



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